Da circa due settimane trovate il nuovo, prezioso, secondo numero di Trax: Kraftwerk in copertina e articoli da non perdere, oltre ovviamente a tanta buona musica anche nel cd allegato). Assolutamente conisgliato.
All’interno anche un mio articolo sui quattro umanoidi di cui sopra e in queste pagine ogni tanto…
Kraftwerk: la storia
L’uomo e la macchina, la tecnologia e il quotidiano, il musicista come operaio della fabbrica del suono. Se volessimo cercare di sintetizzare, e scusate il gioco di parole, i concetti chiavi dei Kraftwerk, gireremmo intorno a questi temi, e non basterebbe comunque.
Già perché i quattro di Düsseldorf hanno davvero rivoluzionato le carte nel mondo del pop, gettando le basi della musica elettronica come la conosciamo oggi, inventando da zero stili, suoni e strumenti e andando a influenzare generazioni di musicisti.
Cresciuti nella Germania del dopoguerra alla scuola di Stockausen, prima come Organisation e poi come Kraftwerk, si erano dati due obiettivi ben precisi: da un lato liberarsi dei canoni rock stereotipati e di matrice anglosassone per andare alla ricerca di una propria identità musicale tedesca, dall’altro raccontare in forma canzone il rapporto d’amore/odio per le macchine e i computer, dalle centrali elettriche alle autostrade, dai treni alle corse ciclistiche. Con un’unica, futuristica, consapevolezza: siamo tutti dei robots.
In mezzo ci stanno ben trent’anni di musica e una manciata di album essenziali ma indispensabili (iniziate con The Man Machine e Computer World e poi tornate indietro), tra i cui solchi apparentemente freddi si percepisce un’umanità profonda e un romanticismo mitteleuropeo, a tratti persino soul, legati da quell’atteggiamento ecumenico nel rivolgersi a un pubblico di ogni razza.
Si accorsero presto di loro proprio i deejay neri americani, che su certi battiti teutonici diedero vita tra Chicago e Detroit a Techno e House. Un esempio? Il grande Afrika Bambaataa nel 1982, insieme ad Arthur Baker, prese Trans-Europe Express, lo mescolò con Supersperm di Captain Sky e diede alle stampe Planet Rock, una fusione esplosiva di hip pop e beat in quattro quarti: era successo davvero l’imprevedibile.
Del resto senza i Kraftwerk non ci sarebbero state nemmeno la musica ambient o l’electro, e persino Michael Jackson, sì, avete letto bene, avrebbe suonato in modo diverso
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