Archive for November, 2005

Siamo gli Oasis, non credete a tutto il resto!

Wednesday, November 30th, 2005

Liam, Noel e soci sono tornati e ci raccontano il nuovo album “Don’t believe the truth”
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 23 maggio 2005)

Colin Murray scriveva che gli Oasis hanno sempre dato il meglio quando non gliene fregava niente, cioè ogni volta che Noel scarabocchia canzoni che non vogliono rappresentare il mondo e Liam tira fuori una passione che non ha rivali in altri cantanti rock.

Forse è per questo motivo che con questo album sembrano pronti per una rinascita gloriosa a tutti gli effetti; perché in ogni traccia si respira quell’aria genuina dei primi tempi, quando cantavano al mondo la loro voglia di essere ed emergere, beati e spacconi.

Sono tornati: in mezzo dieci anni di album, fiumi di parole, scandali, cambiamenti di formazione, eppure ora, finalmente, li ritroviamo a cantare e suonare esattamente come avremmo voluto.

In via del tutto eccezionale hanno incontrato la stampa in formazione completa il giorno prima della data milanese. I ragazzacci sono un po’ avidi di parole: tutto quello che hanno da dire lo mettono nell’energia e nell’ispirazione delle loro canzoni…

L’ultima volta che avete suonato in Italia, all’Heineken Jammin’ Festival, Liam era da solo. Cosa è sucesso veramente?
“Beh, no, c’erano molte persone con Liam! Comunque nulla di strano, ci siamo solo scambiati un po’ di parole forti e basta. Tutto qui”.

Quante cose sono cambiate in dieci anni di brit-pop?
“Se ci guardiamo intorno non è che siano rimaste molte band; diciamo che le abbiamo sbaragliate tutte nel frattempo!”.

Una volta Noel disse in tv che non eravate contenti del successo ottenuto ma che volevate ancora di più. E ora? Siete soddisfatti?
“Sì, bisogna essere felici, anche solo per il fatto di essere ancora qui dopo dieci anni. Siamo in una fase di estasi per quello che abbiamo, anche musicalmente: forse è per questo motivo che il nuovo album è probabilmente il migliore mai fatto sino ad ora”.

E della rielezione di Blair che cosa ci dite?
“Oh, beh, è un’ottima cosa, ne siamo sicuri”.

C’è un motivo particolare che ha ispirato il titolo dell’album, “Don’t believe the truth”?
“Mentre lo registravamo in studio tutti fuori parlavano o scrivevano sul fatto che ci fosse voluto così tanto tempo per riascoltare un disco degli Oasis… una cosa tipica di certa stampa scandalistica. E così è nato il titolo, da un gioco di parole intorno a questa situazione”.

Di cosa parla esattamente “Part of th Queue”?
“Beh, non parla ovviamente nello specifico di andare a comprare il latte come il titolo suggerisce, ma di come si vive in una grande metropoli. L’idea è venuta in mente a Noel mentre era in coda per fare la spesa a un supermercato”.

La presenza alla batteria di Zack Starkey, figlio di Ringo Starr, è un sottile omaggio ai Beatles? Ne sottolinea un incosciente legame definitivo?
“Noi conoscevamo Zack da anni e lui stesso si è proposto a noi nel momento esatto in cui avevamo bisogno di un nuovo batterista. Il fatto che fosse figlio di Ringo è stato interessante la prima settimana, poi basta”.

Ora affronterete un lungo tour, e dopo cosa vi aspetta?
“Chi può dirlo? Scriveremo nuove canzoni, vedremo chi far fuori, spenderemo soldi, cose così...”.

Dopo questo album scade il contratto con la vostra casa discografica. Avete intenzione di rinnovarlo, da entrambe le parti?
“Non so se possiamo parlare di questa questione, è un argomento delicato. Credo che, invece che con la Sony, firmeremo con il Chelsea! Sai, noi amiamo il football!”.

Cosa pensate del fatto che qualche settimana fa il vostro album fosse già disponibile illegalmente su Internet?
“Oh, beh, non ne capiamo molto di queste cose, non siamo degli appassionati di informatica…”.

E del fatto che su iTunes Germania il vostro album sia stato messo in vendita in anticipo per uno sbaglio di data (3 maggio invece che il 30, NDR)?
“Nulla da dire. I tedeschi hanno sempre avuto dei problemi con noi inglesi!”.

Gabriele Lunati<—32a9f5eed5d59c8a43ce2ab91f6a4398—>

Il Nucleo: “l’amore cantato a modo nostro”

Wednesday, November 30th, 2005

La band emiliana ci parla del nuovo album “Essere romantico”, nei negozi dal 13 maggio
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 13 maggio 2005)

Il Nucleo lo avevano già dimostrato con il primo album Meccanismi e con “Sospeso”, fortunata hit dell’estate 2003; questi ragazzi ci sanno fare e hanno idee chiare, suoni internazionali e raffinati, testi profondi e melodie che ti entrano dentro senza mai essere banali, anzi.

Una band emiliana che, dalla provincia reggiana, avrebbe tutte le carte in regola per andare alla conquista di un mercato europeo; già, perché non hanno proprio nulla da invidiare a certi nomi affermati del panorama musicale. Se avete già ascoltato il nuovo singolo, “27 aprile”, sapete cosa intendiamo.

In un torrido pomeriggio milanese, ecco cosa ci hanno raccontato…

Partiamo subito dalle vostre canzoni, dai testi in particolare, ricchi di emozioni e sensazioni. Insomma, rock e poesia…
“Innanituttto dobbiamo ringraziare la nostra terra, perchè le immagini dei testi derivano da ricordi della nostra infanzia nella campagna reggiana. Sono le immagini di un mondo visto con gli occhi di un bambino che ti rimangono dentro per tutta la vita e diventano quasi un rifugio per estraniarsi dalla vita quotidiana”.

Ci raccontate genesi e storia di “27 aprile”, il primo singolo estratto dall’album?
“E’una data simbolica che per noi ha anche un significato nascosto; è il giorno preciso della scelta di una persona che vuole cambiare registro a un certo punto della vita. E’la storia di due persone, un uomo e una donna, che decidono di dare una svolta al loro rapporto”

Tre brani che voglio prendere come esempio della vostra musica: “Riflessi d’ambra”, il brano migliore dell’album, la title track, che ha tutte le potenzialità del nuovo singolo e “L’ultimo uomo sulla terra”, il più ermetico, e il cui testo lascia spazio a moltelpici interpretazioni… Ce ne parlate?
“’L’ultimo uomo sulla terra’ è il pezzo nel quale abbiamo cercato più di tutti di sperimentare; pensa che quando lo abbiamo composto non avevamo ancora idea della forma che avrebbe preso l’album. E quando si sperimenta vai da tutte le parti e da nessuna e, in effetti, il risultato è abbastanza contradditorio e unico, un mix di elettronica e rock, tra angoscia e timore. Per ‘Riflessi d’ambra’ vale quanto detto nella prima risposta e non vediamo l’ora di suonarla dal vivo perché si presta molto, ha un finale con un’attitudine molto rock. ‘Essere romantico’ ci sembrava la canzone più adatta a fare da ponte tra questo album e il precedente ‘Meccanismi’; e poi in questo disco c’è una presenza continua del tema dell’amore raccontato a modo nostro, per cui il pezzo sembrava l’ideale per dare il titolo all’album intero”.

Dai suoni si percepisce un percorso alla ricerca di un sound particolare e personale. E’ così? E del vostro consolidato rapporto con Luca Pernici cosa ci dite?
“Nella ricerca del suono di questo disco siamo stai influenzati da un anno intero passato on the road, suonando nelle piazze e nei club e proprio in quel contesto sono nate i nuovi brani; abbiamo sentito quindi un bisogno naturale di comporre canzoni più fisiche, più ‘suonate’ e la cosa ci ha portato maggiormente verso il rock, anche se restiamo degli amanti dell’elettronica così come il nostro produttore che è un dj e ha un’attitudine innata ai suoni elettronici. E comunque è stato Luca ha insegnarci ad ascoltare i dischi in modo più profondo e dai nostri ascolti ha capito dove volevamo arrivare”.

Non mi va di fare paragoni o confronti, ma se proprio dobbiamo farli vi metterei vicini a Coldplay e Radiohead: i vostri ascolti sono indirizzati su questa strada o ci sono altre influenze musicali?
“Beh, ci sembra un paragone lusinghiero e anche un po’ esagerato. Il loro risultato artistico è a un livello tale a cui noi non arriveremo mai. Di certo sono due gruppi che ci hanno influenzato, hanno cambiato il modo di fare musica. Diciamo che il nostro è un disco italiano che cerchiamo di non far suonare italiano!”.

Il Nucleo dal vivo: nel 2003 il Festivalbar, nel 2004 il Cornetto Free Music, prima e dopo parecchi concerti. Siete a tutti gli effetti una live band, per fortuna. Vi attende un lungo tour?
“Assolutamente! Noi siamo una live band e in alcuni periodi, come ti dicevamo prima, siamo stati in tour anche per parecchi mesi. Non vediamo l’ora di ricominciare; il musicista deve suonare e noi vogliamo suonare!”.

E infine, parliamo di web: il vostro sito è molto curato e aggiornato. Pare proprio che ci teniate molto a usarlo come mezzo di comunicazione con il vostro pubblico. Qual è il vostro rapporto con Internet?
“Noi siamo appassionati di Internet e abbiamo provato sin dall’inizio a curare direttamente il nostro primo sito. Il forum, ad esempio, è di certo uno strumento fantastico per restare in contatto con i fans. E poi il bello di Internet è quello di poter mettere a disposizione di tutti cose non fruibili in altro modo, come backstage, versioni acustiche o live dei brani”.

Gabriele Lunati

Morgan: “De André è patrimonio comune”

Wednesday, November 30th, 2005

Emozioni e parole intorno al remake di “Non al denaro, non all’amore nè al cielo”
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 13 maggio 2005)

Come al cinema, forse è giunta anche nella musica la stagione dei remake. Questo è ciò che si augura Marco Castoldi, in arte Morgan, con il suo rifacimento di Non al denaro non all’amore né al cielo, disco cult di Fabrizio De André con cui nel nel 1971 il cantautore genovese rese omaggio all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, complice un giovanissimo Nicola Piovani, allora compositore esordiente.

“L’idea nasce da me, anche se ho scoperto che era da sempre un desiderio di Morgan” – ci dice Dori Ghezzi all’incontro con i giornalisti organizzato presso la sede della Fondazione De André a Milano – “Sentivo l’esigenza di tenere in vita questo disco e all’inizio avevo pensato a un’opera teatrale. Poi ho visto Morgan suonare dal vivo alcune di quelle canzoni a Roma e mi sono convinta che sarebbe stato bello farne anche un disco nuovo. Gli ho lasciato carta bianca e il risultato mi ha entusiasmato”.

“Volevo in qualche modo cristallizzare quello che De André aveva fatto, trattando il suo disco come credo si debba fare con un’opera d’arte musicale”, riprende Morgan. “Ho fatto in parte quello che si fa nella musica classica quando si eseguono delle partiture ben defintie, senza alterarne le note, rispettandone la scritture. Ma tramite Nicola Piovani abbiamo scoperto che le partiture originali erano purtroppo irrecuperabili A quel punto ho capito che avrei dovuto trascriverele. Prima facendo leva sulla mia memoria, poi riascoltando attentamente il disco di Fabrizio. Rispetto all’originale non ho tolto nulla, anzi. Ho amplificato gli elementi di musica barocca aggiungendo Bach, Pachelbel, Vivaldi e, in coda, una ripresa del tema iniziale proprio per sottolineare il senso di ciclicità dell’opera: che è anche della vita e della morte, i temi centrali del disco, del resto”.

In un’intervista che De André rilasciò a Fernanda Pivano, prima traduttrice dell’antologia nel 1941, ai tempi dell’uscita del suo disco, Fabrizio confessava di aver trovato molti elementi autobiografici in quei personaggi. E’ successo anche a Morgan?
“Certamente, anche a me è successo di ritrovarmici, anche nei personaggi più cattivi, persino nel giudice nano. Come Fabrizio e Masters stesso, credo, mi identifico di più però nel suonatore Jones e nel matto, le uniche figure risolte e soddisfatte del disco. Uno è il musicista e l’altro è il poeta, coloro che vivono secondo la loro volontà e a cui tocca il compito di narrare i personaggi e le storie. Segui il tuo demone e sarai felice, insomma, segui te stesso: questo è il messaggio del disco, lontano dalle logiche attuali che vedono la cultura e l’istruzione solo come strumenti per lavorare un domani”.

In qualche circostanza nell’interpretazione di Morgan sembra di scorgere un filo di emozione e di partecipazione emotiva in più rispetto a quella di De André...
“Se così è, è un mio limite e me ne dispiaccio. Non volevo far passare la mia emozione, per questo ho tanto ammirato lo stile di De André: terso e asciutto come quello di un reporter o un narratore che espone i fatti nudi e crudi”.

Di certo non si può dire che sia un disco di cover….
“Cover signfica coprire e se vogliamo giocare con le parole, questo è piuttosto un disc-cover, un disco che scopre, che dissotterra, che scoperchia: come si fa con le tombe che popolano la collina di ‘Spoon river’. Sto lavorando anche a una ritraduzione dall’italiano all’inglese, basata sull’originale di Masters come sugli adattamenti di De André, una sorta di traghettazione dell’opera da un luogo e da un tempo all’altro. Infatti alcuni pezzi dal vivo li canterò in versione bilingue… Poi spero che il processo continui, passando magari il testimone a qualcun altro. Questo disco per me è un’opera sociale, un patrimonio comune e quindi deve essere di pubblico dominio. E’ musica di tutti, non un’opera aristocratica. Per questo mi sono sentito nel pieno diritto di fare quel che ho fatto. Certo il concept album è desueto in un’epoca di frammentazione come questa. Ma i personaggi di Spoon River, i temi umani e sociali che introducono sono attualissimi: per questo spero che il disco venga ascoltato soprattutto da chi ha orecchie vergini e non conosce l’originale”.

E dopo De André, che succederà?
“Con questo disco penso di chiudere la mia trilogia dell’invecchiamento precoce. Tornerò di nuovo giovane, lo prometto, a meno che Dori e la fondazione mi ripropongano di ricreare anche ‘Tutti morimmo a stento’, che era l’altra mia possibile scelta iniziale…”.

Gabriele Lunati<—aa899cf9e5ea1cf89cb32c73ad0c8ebc—>

Velvet: dieci motivi per ascoltarli…

Wednesday, November 30th, 2005

...e amarli. Dopo l’eliminazione a Sanremo il successo del pubblico, un album nuovo e un lungo tour
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 5 maggio 2005)

I Velvet nascono artisticamente a Roma nel 1998 e scelgono per la loro band il nome del locale nel quale sono soliti ritrovarsi. Quello che viene dopo è storia nota, ricca di successi radiofonici e non e un vasto riscontro tra la gente.

L’autunno scorso l’album della maturazione, “10 Motivi” e l’imperdibile occasione di fare da supporto agli scozzesi Franz Ferdinand. Poi Sanremo 2005, un’eliminazione molto discussa, ma anche un grande successo di critica e pubblico che ora li attende in tour per tutta la penisola.

Iniziamo subito con una domanda classica: come è cambiata la vostra musica dai tempi del primo successo “Tokyo Eyes” (estate 2000)?
“Sono cambiate tante cose. Intanto sono passati cinuqe anni e ti assicuro che pesano anche sull’età. Scherzi a parte, crediamo di essere cresciuti molto sotto il profilo artistico”.

Ma non vi ha dato fastidio in questi anni essere definiti una boy band?
“All’inizio la cosa ci infastidiva parecchio perchè ci sentivamo addosso un vestito assolutamente non nostro, ma con il passare del tempo le persone hanno capito che quella era soltanto una canzone ironica e soprattutto una canzone POP nel termine nobile della sua definizione. Dopo ‘Cose Comuni’ e soprattutto Dieci Motivi credo che i nostri fans e tutte le persone che in qualche maniera hanno potuto ascoltarci si siano rese ben conto che la nostra musica sia una cosa totalmente differente da quel tipo di band… se band possono essere chiamate”.

E il successo quasi improvviso? Come lo avete gestito? Tipo cosa si prova a passare per strada e a sentire canticchiare un proprio pezzo?
“All’inizio eravamo abbastanza imbarazzati, ma con il tempo ci fai l’abitudine. La cosa più importante è che non ci siamo mai sentiti al di sopra di nessuno, ci sentiamo come tutti gli altri con la fortuna di poter comunicare con la nostra musica”.

Certo che nessuno si sarebbe aspettato di sentirvi fare la cover di “Search and Destroy”... Come è nata l’idea?
“Perchè nessuno se lo aspettava? Chi conosce il nostro background musicale sa che siamo amanti di un certo tipo di musica. Search And Destroy sicuramente rappresenta il nostro stato d’animo di questo periodo… molto rock’n’roll! Ci piace e ci diverte tanto giocare con le canzoni di altri gruppi, come abbiamo fatto con i Radiohead, Charlatans, Duran Duran e sicuramente continueremo a farlo con altre band che ci hanno caratterizzato musicalmente”.

Passiamo a Sanremo: il pezzo proposto ha dimostrato tutto il vostro talento e l’eliminazione è stata definita scandalosa da più parti. Un commento sul Festival?
“Per quanto ci riguarda il Festival è stato un avvenimento molto, molto importante perchè abbiamo avuto la possibilità di poter far ascoltare una canzone come Dovevo Dirti Molte Cose a tante persone. Per quanto riguarda l’eliminazione, noi non l’abbiamo trovata del tutto scandalosa perchè eravamo coscienti che la giuria poteva trovarla un pò pretenziosa o difficile e sinceramente siamo rimasti estremamente colpiti dall’entusiasmo che la critica ha espresso nei nostri confronti. Poi sinceramente è molto più importante il giudizio del pubblico che quello della giuria…e il pubblico si è dimostrato dalla nostra parte”.

Il vostro sito web è molto curato e contiene molti spunti e contenuti interesanti per un fan. Che rapporto avete con Internet?
“Abbiamo un ottimo rapporto con Internet e soprattutto con il nostro sito (www.velvetband.it) che teniamo costantemente aggiornato. Abbiamo un rapporto molto stretto con i nostri fans, leggiamo TUTTE le mail che ci scrivono e rispondiamo a molte, appena gli impegni ce lo permettono. Spesso ci colleghiamo sui siti di band nuove con la speranza di riuscire ad ascoltare canzoni in streaming per poi decidere se eventualmente acquistare un cd. Lo riteniamo un modo molto corretto e importante per dare occasione a chiunque di scoprire nuove realtà. Per questo siamo contenti che ci siano spazi in cui è possibile parlare del nostro lavoro artistico sul web, perchè l’immediatezza di questo mezzo di comunicazione ci permette di raggiungere molte persone ed entrare nelle loro case”.

Vi aspettano una primavera e un’estate in tour, immagino…
“Sicuramente Non vorremmo mai scendere da un palco. Oltre al ‘10 Motivi tour’ saremo protagonisti anche di importanti festival… come l’Heineken di Imola per l’apertura del concerto di Vasco Rossi ed altri ancora da confermare. Stare sul palco è la cosa che amiamo di più e quindi abbiamo deciso di lavorare a calendario aperto, infatti ogni giorno si aggiungono nuove date”.

Gabriele Lunati

Sunset Boys: l’incontro definitivo tra House e Rock

Wednesday, November 30th, 2005

La strada è quella ed è appena iniziata. E la poesia sta arrivando proprio qui
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 22 aprile 2005)

2005: l’anno dell’incontro definitivo tra la Club-Culture, cioè la “cultura della consolle”, e il Patrimonio Rock. Il Dj-Set che si trasforma in Dimensione Live, in Concerto, con gruppo e consolle insieme sul palco: “noi facciamo questo, e si dice sia il Futuro che sta diventando Presente. I remix di Nirvana e White Stripes fanno ballare il mondo: ma provate a immaginarvi tutto questo non solo con i Dischi, ma con un ‘Concerto con dentro i Dischi’”.

I genovesi Sunset Boys sono una delle prime house-band della penisola e con il loro “Adrenalinik-House Live” hanno già fatto parecchie volte il giro dell’Italia che balla buona musica. Ecco cosa ci racconta Louis Lunari (louislunari@ tim.it), voce, chitarra, autore e fondatore del gruppo…

Allora Louis, prima di entrare nel dettaglio del progetto Sunset Boys, parlaci di te…
“Io vengo dalla cultura live, dal rock. Dal ‘94 al 2000, il gruppo mio e di mio fratello Mad Max al basso, i Lavori in Corso, è stato molto conosciuto nella scena alternative-rock italiana. Il nostro disco d’esordio nel ‘97 fu candidato al Premio Tenco e al Premio Ciampi, e quasi tutte le major si interessarono a noi: ma era già il ‘98, e nel rock, almeno in Italia, cominciava a morire tutto, compresi i budget per produrre gli artisti…”.

Spiegaci il vostro concetto di “house-band”, anche se il termine “house” è ormai riduttivo…
“Infatti: ormai è il nuovo atteggiamento musicale, che ha rielaborato tutto lo spettro sonoro, dal jazz al rock. ‘House-Band, che poi per me vuol dire ‘Band del Nuovo Rock’, significa che quando scoprii la club-culture mi dissi ‘però, sarebbe bello essere gruppo, canzone, poesia, concerto anche con questo suono’. Mi diede fiducia l’esordio al Covo di Nord-Est di Santa Margherita, con la gente che ci ballava addosso, e le chiamate a Videomusic, che nel 2001 ci invitò a ben quattro programmi grazie alla curiosità di Massimo Bertolaccini, ora a MTV, e Cristina Bondi, braccio destro di Red Ronnie”.

Con che formazione salite sul palco?
“Siamo elastici, dipende da location e contesto. La band al completo è dj, voce/chitarra, basso, batteria/percussioni, synth, sax, poi diciamo che la base di partenza è il Power-Trio (dj, voce/chit., basso). Grande rimpianto è la mancanza di mio fratello, Mad Max: un genio del basso e della musica. Per discografici e giornalisti era ‘lo spettacolo nello spettacolo’”.

Ok i live, ma siete attivi anche in studio…
“Certo, la speranza è proprio lasciare un segno nella musica con i dischi, con le nostre canzoni. I primi due promo, Fly Together e High High, erano club-tracks, per farci conoscere dai dj, e così è stato: li hanno suonati in molti, da Joe T Vannelli, a Ralf, Alex Neri e Bruno Bolla. Ora abbiamo appena finito un electro-remake di Smoke On The Water, firmato come Sunset Boys Factory, lo abbiamo già testato nei principali club genovesi (Mako, Vanilla, Masnada): i dj lo hanno suonato nell’ora di punta, in mezzo alle hit, e la reazione del dancefloor ha stupito noi per primi. Ora stiamo cercando una label”.

Come funzionano i vostri live?
“Il nostro non è un set di improvvisazione, ma un vero e proprio ‘concerto con dentro i dischi’, e il dj è parte integrante del gruppo. Abbiamo vari tipi di concerto, da quello etno-house, allo show sulle house-superhits. Poi c’è il rockin’ house concert, dove rivisitiamo in chiave electro il patrimonio che va dai Pink Floyd agli Stones: è con questo live che siamo entrati nel tempio del Prince di Riccione o al leggendario Brancaleone di Roma”.

Coccoluto una volta ha detto: “il futuro che sta diventando presente è il dj-set che si trasforma in dimensione live”. E’ un po’ la vostra strada…
“Lo ha detto proprio a noi e il mio sogno è andare in tour come i Faithless, che suonano come un disco senza avere dischi sul palco: band sempre al completo, batteria inclusa. Adesso invece dobbiamo essere agili, per fare più cose possibili: l’ultimo Halloween, al Mazda Palace di Genova, abbiamo aperto a Darren Prize (Underworld) e Feel Good Productions in Power-Duo: Vox/Guitar e Dj. Una bolgia di 3.500 persone davanti, e noi solo in due sul palco!”.

Confessaci una cosa, onestamente: quanto è difficile fare musica in anni come questi?
“Io ora mi guardo intorno, vedo che stanno preparando la prossima guerra mondiale, terrificante, non tra stati nazionali, ma fra stati continentali, e mi chiedo ‘ma che cazzo sto qui a fare il pirla con la chitarra’?”.

Però la musica resta un sogno…
“Quanto era bello, da ‘magnifici ingenui’, piangere ascoltando “Imagine”, pensando che una canzone potesse cambiare il mondo? Ma era davvero bello, visto che era un’illusione e l’illusione è una forma di ignoranza, e l’ignoranza prima o poi ti frega…”.

Gabriele Lunati

Moby: “Benvenuti nel mio Hotel”

Wednesday, November 30th, 2005

La musica, la politica, New York: le parole del menestrello il cui nuovo album uscirà venerdì 11 marzo
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 7 marzo 2005)

Il primo singolo Lift Me Up, tratto dal nuovo album Hotel in uscita il giorno 11 marzo, è già un tormentone da classifica, perlomeno in Italia, complice uno spot telefonico di successo che ti ficca in testa quel ritornello tanto semplice quanto irresistibile.

Eppure dietro c’è lui, Moby, mica un deejay qualunque, un piccolo genio eclettico che salta con disinvoltura dal rock alla techno, dal punk alla dance, come a raffinate colonne sonore: musicista colto , folletto metropolitano, americano impegnato che convive con imbarazzo con il suo Presidente e con l’idea che buona parte del mondo ha del suo paese, Moby è uno che il talento ce l’ha nel sangue perché discende direttamente da Herman Mellville, grande scrittore americano autore di ‘Moby Dick’, la mitica balena bianca da cui ha preso il nome…

Moby, ti senti a tuo agio nel ruolo di produttore/musicista che vende milioni di dischi?
“E’ una sensazione strana. Quando, 15 anni fa, ho cominciato con una piccola label indipendente di New York il mio obiettivo era quello di vendere 4mila copie del mio primo singolo e speravo pure di poter lavorare come dj, così avrei potuto pagare l’affitto di casa e magari sarei potuto venire in Europa. Tutto quello che è successo dopo è in ogni caso eccezionale e ben oltre le mie aspettative. Anche nel caso dell’album ‘Play’, contavamo di vendere non più di 200mila copie in tutto il mondo e invece è stata una sorpresa continua”.

Il brano ‘Beautiful’ è dedicato a qualcuno di famoso in particolare, vero? A chi ti sei è ispirato?
“Stavo nel mio letto e pensavo a Brad Pitt e a Jennifer Aniston: è così triste vedere che si sono separati (ride ironico, NDR)... Negli Stati Uniti le coppie celebri ormai svolgono un ruolo che è paragonabile a quello degli Dei nell’antica Grecia: sono serviti, riveriti e spesso non sono nemmeno personaggi intelligenti. Nel caso di questa canzone ho immaginato Brad e Jennifer, in un momento di relax, che si congratulavano a vicenda di quanto fossero belli”.

Per il resto è un album decisamente forte. Un ritorno al Punk, forse? Alle tue origini?
“Più che Punk è un vero e proprio tuffo nella New Wave. Diciamo che è un mio tributo a band come Joy Division, New Order o Echo and the Bunnymen e ai loro album che ho ascoltato tantissimo nella mia vita”.

Dopo “Play” ti sei mai sentio condizionato?
“Una delle cose belle del successo è la consapevolezza che c’è molta gente là fuori che vuole ascoltare quello che fai. Quindi il condizionamento non è legato tanto alle vendite quanto al fatto che la gente apprezzi o meno la mia musica”.

Passiamo alla politica americana: ti senti sconfitto per come sono andate le cose?
“Come sai, sono stato coinvolto attivamente nella campagna elettorale di Kerry. Penso che l’America non meritasse di avere come presidente una persona intelligente, coraggiosa e preparata come John. La scelta era quella tra un candidato di questo calibro e un idiota. La maggioranza dell’America ha scelto l’idiota. Siamo diventati lo zimbello del mondo, abbiamo un presidente che fa fatica a mettere insieme le parole e un governatore della California che faceva il culturista in Austria. Le ultime elezioni dimostrano che la maggioranza degli americani hanno scelto le bugie semplici di Bush alle verità complesse di cui parlava John Kerry”.

E come vivi a New York?
“Il mio studio di registrazione è la mia camera da letto: è una stanza di 15 metri quadrati, mentre io dormo in una specie di sgabuzzino con il letto che tocca tutti i muri su ogni lato. Certo, è un bello sgabuzzino ma è il paradosso di Manhattan dove convivono i grattacieli più alti del mondo e gli appartamenti più piccoli del mondo. Nel caso di quest’ultimo album, invece, ho fatto metà del lavoro in uno studio esterno. E’ il primo disco che io non abbia realizzato totalmente nella mia camera da letto”.

Ti vedremo presto in tour?
“Sì, partiremo intorno a maggio o giugno. Sarà una produzione più piccola rispetto a quella precedente. Spero comunque di fare due o tre concerti in Italia, quest’estate”.

Gabriele Lunati<—f4644167920d093fb5998e2360100fdb—>

Billy Idol: “Sono tornato e suono ancora il mio rock ‘n’ roll”

Wednesday, November 30th, 2005

L’eterno ribelle ci racconta il nuovo album, dopo lunghi anni di silenzio
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 25 marzo 2005)

Abbiamo dovuto aspettare ben dodici lunghi anni (l’ultimo album di inediti è stato Cyberpunk del 1993), per rivedere Billy Idol, sì, proprio lui, quell’indimenticato protagonista della scena punk rock internazionale della seconda metà degli anni ‘80, prima con Chelsea e Generation X, poi da solo.

Il nuovo album si intitola Devil’s playground, uscito in Italia in questi giorni; dentro c’è sempre il ribelle biondo, graffiante, aggressivo, punk, di quello vero e genuino.

Billy, sono trascorsi 12 anni: cos’è successo in tutto questo tempo?
“In poche parole, gli anni Novanta sono stati un periodo molto confuso dal punto di vista del business musicale e io non volevo rincorrere le mode ma solo fare un disco di rock’n’roll. Mi sono quindi ritrovato senza un più un posto nell’industria discografica e con una situazione piuttosto difficile da risolvere”.

Cioè? Cosa vuoi dire?
“Intendo che se vendevo milioni di dischi avevano lavorato bene loro, mentre se andava male avevo sbagliato io”.

E cosa ti è mancato di più in tutto questo tempo?
“Beh, diciamo che la mancata fruizione del mio lavoro da parte dei fans si è fatta sentire, in particolare dal ‘96 al ‘99, che è stato un periodo particolarmente frustrante. Mi mancava sedermi in camera mia con la chitarra e comporre. Poi ho incontrato di nuovo Steve Stevens ed è stato tutto diverso”.

Però ora sei tornato a 49 anni ma ancora potente e ribelle…
“Quando sono stato male (nel 94 un’overdose di eroina lo portò in rianimazione al Medical center di Burbank, California, NDR) mio figlio Bill aveva 5 o 6 anni – ho anche una figlia che però non vedo spesso – e io in quel periodo lo accompagnavo sempre a giocare a baseball o a basket. Se fossi morto non mi avrebbero mai perdonato e avrebbero sempre pensato che loro per me non erano così importanti da restare in vita. E così decisi che se non potevo pubblicare i dischi che volevo, avrei fato il padre, e bene. Divertendomi, oltretutto. E credo che l’amore di Bill in particolare mi abbia aiutato a fare il disco. Del resto ora lui ha quindici anni e suona in una band, i Lukas, che picchiano forte! Dovevo per forza tornare sulle scene anche io!”.

Raccontaci come si è ricostruito il rapporto con Steve Stevens e parlaci un po’ delle canzoni. Magari di quelle ballate finali…
“Steve Stevens è sempre stato un musicista di grande talento e si è dimostrato molto leale nei mei confronti: dopo il ‘96 ci siamo reincontrati e parlati e, sinceramernte, non avrei potuto realizzare questo lavoro senza di lui. Sono stato molto fortunato ad averlo di nuovo con me. Quando hai una buona band e un grande chitarrista ti torna la voglia di fare musica. Se nel frattempo ti è tornata la voglia di tutto il resto, ovviamente. E lì ci vuole un po’ più di tempo. Le ballate finali, beh, sono la calma dopo la tempesta…”.

“Devil’s playground”, il nuovo album. Che cosa intendevi descrivere con questo titolo? (in italiano significa “Il campo da gioco del Diavolo”)
“Diciamo che parla dei mali del mondo in generale, ma in modo non pesante o fastidioso. Il male è tutto intorno a noi. Il resto è solo musica; un grande album di Billy Idol (ride, NDR). Del resto, non ho mai fatto un album di canzoni che non volessi sentire”.

Ma tu sei stato tra i primi punk (ai tempi dei Generation X) a non parlare solo di musica. Vi rendevate conto, era la fine degli anni ‘70, che il vostro non era solo un movimento musicale?
“All’inizio, tra risse e concerti, credo che nessuno se ne accorse. Poi cambiò qualcosa e capimmo che facendo musica si poteva tentare di cambiare anche la società inglese della Thatcher di quegli anni”.

Forse allora il punk dei Generation X non era stato trattato benissimo dalla critica…
“Sex Pistols e Clash ebbero subito una platea mondiale, noi no. Johnny Rotten era brutto e sembrava più vecchio di dieci anni mentre mi dicevano che io non avevo la faccia abbastanza cattiva. Poi arrivò la prima Mtv americana che mi rese giustizia e mi diede la possibilità di prendermi delle rivincite”.

E oggi?
“L’arrivo dei grandi capitali nel mondo dei videoclip ha rovinato tutto. Una volta i video facevano discutere e cambiavano le mode. Oggi è solo mercato per la pubblicità. Come il Punk, del resto. Oggi è solo stile, divertimento pop, mentre prima era un modo di essere. Però ci sono band come i Green Day che stimo molto e che sono ottimi compositori”.

Progetti per un tour?
“Partiamo a Marzo, dal Texas. Prima solo piccoli club e teatri, poi le arene. Dovrei tornare in Italia a giugno, all’Heineken Jammin Festival”.

Gabriele Lunati<—2dce9c9bf5d6aeb29be292321bd017cd—>

Provincia meccanica: una storia d’amore in una vita disordinata

Wednesday, November 30th, 2005

Stefano Accorsi, Valentina Cervi e Stefano Mordini raccontano il film
(originariamente pubblicata su Virgilio Cinema, 7 marzo 2005)

Provincia meccanica di Stefano Mordini è l’unica opera italiana in concorso a Berlino e difficilmente si poteva immaginare per l’autore un destino migliore.

Soprattutto perché si tratta della sua prima regia di fiction dopo anni di documentari.

Abbiamo parlato del film con il regista e i due protagonisti principali, Stefano Accorsi e Valentina Cervi rispettivamente nei ruoli di Marco e Silvia Battaglia.

Come è nato il film?
Stefano Mordini: “Il film è stato costruito su una sceneggiatura scritta e pensata per un tipo preciso di girato e scomposizione. Sarebbe falso dire che sapevamo sin dall’inizio che sarebbe diventato così e ovviamente non pensavo di poter affrontare il film con queste dinamiche. Ma mi hanno aiutato tutti: era il mio primo lavoro come regista e in questi casi non sai bene dove stai andando sino al montaggio finale durante il quale, a tutti gli effetti, si ricostruisce un altro film”.

La storia è stata scritta pensando proprio agli attori che hanno interpretato i protagonisti?
SM: “No, quando si scrive un primo film da dirigere sarebbe presuntuoso pensare di poter avere un cast di questo livello. Però ho scelto a posteriori Stefano e Valentina, sperando che mi dicessero di sì. Siamo stati molto fortunati!”.

Stefano Accorsi: ” Anche noi, del resto. Non capita spesso di leggere sceneggiature così belle. La prima volta che ho letto il copione ho sentito subito il lavoro e la profondità che ci stavano dietro. Molto spesso nei copioni i dialoghi sono didascalici e i personaggi raccontano troppo di sè stessi. Mentre in questo film i personaggi già sono, esistono: per questo motivo i dialoghi sono molto semplici. E’ stato abbastanza istintivo sentire quindi i personaggi mentre si leggeva il copione e durante le riprese tutto si è concretizzato”.

Valentina Cervi: “Ti chiedono sempre perchè scegli un film. Io mi avvicino a un copione cercando di capire che mondo vuole raccontare il regista. In questo caso il mio personaggio è imprendibile e quando ho conosciuto Mordini ho capito subito la sua visione delle cose: Stefano si è fidato molto di noi due. E poi il film è una grande storia d’amore in una vita disordinata. La loro vita non avrebbe senso senza il loro amore. E infatti i Marco e Silvia, a un certo punto della storia, iniziano due cambiamenti paralleli per poi ritrovarsi, comunque”.

Prima di accettare il ruolo, è vero che il personaggio di Marco è stato leggermente modificato?
Stefano Accorsi: “Non esattamente. Io avevo letto il copione e avevo solo fatto alcune osservazioni sul finale, che poi,a rivederlo ora, trovo oltretutto fantastico. Ho capito subito che avevo per le mani una storia molto forte e così ho chiamato Stefano (il regista, NDR) e la cosa ha iniziato a prendere forma. Tante cose mi sono arrivate fortemente sin dalla prima lettura, mentre me ne è servita almeno una seconda per comprendere altre sfumature”.

Stefano Mordini: “E’ chiaro che il film, quando viene girato, è un’opera diversa dalla prima stesura iniziale. Ma va bene così, è una fortuna. Fa parte del dinamismo di un’opera cinematografica e dell’interazione con gli attori”.

Come avete costruito i vostri personaggi?
Valentina Cervi: “All’inizio abbiamo cercato tutti e tre insieme di razionalizzare i personaggi. Ci siamo posti molte domande a cui ci siamo dati ben poche risposte. Poi ci siamo calati nei luoghi e nei vestiti stessi dei protagonisti e abbiamo iniziato a improvvisare prima di girare. Sul set abbiamo poi portato l’essenza di quanto acquisito durante le prove”.

Stefano Accorsi: “Questo tipo di approccio ormai è molto raro al cinema di questi tempi. Abbiamo provato due settimane, prima a Roma e poi a Ravenna, con i vestiti di Marco e Silvia addosso, nell’appartamento e nei lugohi in cui avremmo girato. A un certo punto ho trovato le scarpe giuste che mi aiutavano a capire meglio la fisicità del personaggio. E’ importante il lavoro concreto: spesso la parte di teoria a monte del nostro lavoro viene poi smentita proprio dalla pratica”.

Una domanda finale per il regista. La storia ruota intorno a una coppia, ma allo stesso tempo il film lancia messaggi forti, a partire dal titolo. E’ così?
SM: “Io vivo nei luoghi in cui abbiamo girato per cui è un contesto sociale e geografico che conosco molto bene. Non so se sia davvero una provincia operaia e comunque il film è apolitico. Il titolo contiene già molti degli elementi ma, in verità, l’ho rubato da un articolo di cronaca locale. Certo è che quando usi un titolo del genere te ne devi poi assumere tutte le responsabilità. Ma la vera idea centrale del film, in controtendenza con tutto, resta il fatto che anche nei problemi e nella sofferenza, qualcuno non sceglie la via più facile della separazione ma quella comunque di stare insieme, per sempre”.

Gabriele Lunati

Diego Mancino e il centro cangiante dell’universo

Wednesday, November 30th, 2005

Quattro chiacchiere sull’album d’esordio, “Cose che cambiano tutto”
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 7 febbraio 2005)

La musica di Diego è una sorpresa, una ventata fresca nel panorama italiano, un cocktail agrodolce di pop, jazz e canzone d’autore.

Prendete Tenco e Paoli, Mina e i Beatles con un pizzico di Jeff Buckley: il risultato è in ogni caso originale e raffinato. A confermarlo anche il breve ma intenso showcase che Mancino e i suoi musicisti hanno tenuto allo Psycho Studio di Milano.

Dal vivo o in cuffia, brani come Cose che cambiano tutto, Il centro cangiante dell’universo, Una buona ragione, Strana l’estate, Diavolo Dove Sei? oppure La casa brucia, non passano certo inosservati, anzi: lasciano il segno dentro, e fanno da colonna sonora a fotogrammi di vita vissuta.

Come nascono i tuoi brani?
“Le mie sono canzoni semplici, con pochi accordi. Il suono delle parole è molto importante, tanto quanto la musica: fa parte dell’arrangiamento vero e proprio”.

E quando sono nate?
“Molte sono state scritte nell’ultimo anno e mezzo. Ne ho composto la maggior parte in posti di Mare, come a Catania dove registravo, Mush ad Amsterdam per esempio. Cose che cambiano tutto è nata invece a Milano, l’unica. Milano in questo periodo mi ispira più che mai. Vorrei sviluppare il modo di descriverla con cui Jannacci la raccontava negli anni settanta. Voglio tornare a considerare Milano la mia città, la Milano di domani, non certo quella da bere”.

Quali sono le storie che racconti?
“All’inizio volevo fare un disco sulle cose che stavano succedendo e invece mi sono ritrovato a parlare di me, di quello che vedo e precepisco. Per citare ancora Cose che cambiano tutto, la canzone parla di una storia d’amore tra un uomo e una donna, ma dentro c’è tutto quello che in quel periodo ruotava intorno al brano e alla storia stessa. In realtà tutto l’album parla d’amore, perché io sono un romantico, nel senso di romanticismo fatto di rivolta intima”.

Come è stato lavorare con un major dopo anni da indipendente?
“Ho fatto tante cose autoprodotte nella mia vita da indipendente, e ho sempre lavorato come tale. Poi ho incontrato la Sony Music che ha creduto in me senza interferire nella mia musica ed è stata una cosa molto bella. In Sony ho incontrato tanta gente che ama la musica, anche in modo coraggioso. Molti musicisti fanno di tutto per essere accettati ma credo che questo sia il primo passo per non essere capiti”.

Perché hai deciso di registrare l’album a Catania?
“Perché volevo lavorare con Daniele Grasso, perché potevamo stare al mare d’estate, il cibo buono costa meno, c’è molto erotismo nell’aria – e credo che questo si percepisca nell’album – e poi la città è fantastica, come tutta la Sicilia del resto”.

Tutti vanno verso il pop, mentre tu hai scelto un percorso meno standard…
“Mi dicono che sono un cantautore, ma credo di fare anche io musica pop. Magari questo disco avrà bisogno di due o tre ascolti per farlo diventare tuo ma penso che sia un album pop a tutti gli effetti. Pop come popolare, che viene dal popolo. Io sono cresciuto in contesti popolari e medio bassi, non in una famiglia benestante. Mio padre faceva il musicista e girava l’Europa nelle orchestre dei Night Club. E la mia musica riflette quel mondo”.

E tuo padre cosa pensa del tuo album?
“Ne è molto orgoglioso!”.

Gabriele Lunati<—bd1061c54532eafe166b0f5b4a68e238—>

Michelle Hunziker e Luca Ward: “Tutti insieme appassionatamente”

Wednesday, November 30th, 2005

Dal 12 gennaio a Milano il nuovo musical per la regia di Saverio Marconi
(originariamente pubblicata su Virgilio Cinema, 12 gennaio 2005)

Debutta il 12 gennaio 2005 a Milano al Teatro della Luna Tutti insieme appassionatamente, il nuovo musical di Saverio Marconi , prodotto dalla Compagnia della Rancia e che vede protagonisti Michelle Hunziker e Luca Ward (l’affascinante doppiatore reduce dal successo di Elisa di Rivombrosa, qui nei panni dell’ufficiale Von Trapp).

Un’importante occasione professionale per Michelle che si avvicina al mondo del teatro per la prima volta nella sua carriera e lo fa con uno degli spettacoli più famosi di Broadway, noto al grande pubblico per la celebre versione cinematografica.

“Tutti ricordano il film, dice Saverio Marconi, ma non è la mia prima sfida del genere. Il confronto non mi preoccupa. Il film non ha una data fissa, il teatro si reinventa tutte le sere, ha un’attualità, un presente ma anche una fine temporale. Per cui non è corretto confrontare ritmi e visioni del film con quelli del teatro. Con Michelle abbiamo lavorato bene, molto duramente, per ore. Lei è una professionista indefessa. Ha grinta nell’affrontare le nuove esperienze. Già conoscevo Luca e sapevo che era perfetto per il ruolo, quello di un personaggio con la nomea di cattivo ma dal grande cuore, un padre severo ma con tanta umanità dentro. Inoltre, è cosa nota, ha una voce fantastica”.

Michelle: “Per me è un’esperienza nuova, ed è stato emozionante dall’inizio alla fine. Tra l’altro il primo musical che vidi in Italia fu proprio Grease per la regia di Saverio Marconi e da allora iniziai a sognare. Poi con Zelig ho provato l’emozione del palcoscenico e la voglia di teatro saliva. Quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto è stato davvero bellissimo. Non vedo l’ora di debuttare, anche se non dormo di notte e la Prima mi mette una paura pazzesca. Chi fa musical è abituato a ballare, recitare e cantare e credevo sinceramente che non ce l’avrei fatta. Ora invece sono felicissima. Con Saverio inoltre ho capito cos’è davvero un regista teatrale. Nel senso che ho sempre lavorato con registi bravissimi ma non ho mai visto una persona salire sul palco e interpretare tutti i personaggi per farti vedere come recitare la parte. E’ anche un sarto, non ho parole”.

A questo punto giudicati come cantante
“L’unica cosa che posso dire è che non sono Julie Andrews , ma Michelle che interpreta una donna realmente esistita. Ho riflettuto molto in proposito, ma non c’è molto da fare. Nasco come showgirl e cerco solo di portare sul palco la mia emozione. Mi piacerebbe anche farne la versione tedesca”.

Dopo “Striscia la Notizia” e “Paperissima” non è che ti stai per caso montando la testa?
“No, per carità. In questo momento mi sto dedicando solo a questa esperienza che mi sta dando moltissimo”.

Nel tuo futuro vedi più teatro o tv?
“La tv mi ha dato e mi darà ancora, spero, la fortuna e la possibilità di comunicare alle persone. Ma l’emozione del palcoscenico va oltre, è un rapporto imparagonabile. Fare teatro è quasi una malattia”

E cosa pensi delle tue passate esperienze cinematografiche…?
“I film che ho fatto, e che hanno visto davvero in pochi, sono stati importanti e mi sono serviti come palestra. A 19 o 20 anni ho provato un po’ di tutto e in effetti in quel momento la strada della recitazione non era quella giusta. Ora so che è il momento per fare questo musical”.

Un breve commento sui tuoi partner professionali maschili?

“Il 2004 è stato un anno bellissimo. Ho un bel feeling con Ezio Greggio e credo che faremo ancora molte cose insieme, Fabio De Luigi è un grande comico, Gerry Scotti è così come lo vedi: un orsacchiotto a cui appoggiarsi e Paperissima con lui è stata un’esperienza unica. Luca, beh, quando ho rivisto recentemente il Gladiatore mi sono detta ‘wov, quello che doppia Russel Crowe lo conosco bene!’. Comunque la cosa importante è capire sempre chi hai di fronte e cercare l’affiatamento. Con Luca è stato così”.

Gabriele Lunati<—e6fa02dfbe0d75fb76bea6b06d03eabf—>