Billy Idol: “Sono tornato e suono ancora il mio rock ‘n’ roll”

L’eterno ribelle ci racconta il nuovo album, dopo lunghi anni di silenzio
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 25 marzo 2005)

Abbiamo dovuto aspettare ben dodici lunghi anni (l’ultimo album di inediti è stato Cyberpunk del 1993), per rivedere Billy Idol, sì, proprio lui, quell’indimenticato protagonista della scena punk rock internazionale della seconda metà degli anni ‘80, prima con Chelsea e Generation X, poi da solo.

Il nuovo album si intitola Devil’s playground, uscito in Italia in questi giorni; dentro c’è sempre il ribelle biondo, graffiante, aggressivo, punk, di quello vero e genuino.

Billy, sono trascorsi 12 anni: cos’è successo in tutto questo tempo?
“In poche parole, gli anni Novanta sono stati un periodo molto confuso dal punto di vista del business musicale e io non volevo rincorrere le mode ma solo fare un disco di rock’n’roll. Mi sono quindi ritrovato senza un più un posto nell’industria discografica e con una situazione piuttosto difficile da risolvere”.

Cioè? Cosa vuoi dire?
“Intendo che se vendevo milioni di dischi avevano lavorato bene loro, mentre se andava male avevo sbagliato io”.

E cosa ti è mancato di più in tutto questo tempo?
“Beh, diciamo che la mancata fruizione del mio lavoro da parte dei fans si è fatta sentire, in particolare dal ‘96 al ‘99, che è stato un periodo particolarmente frustrante. Mi mancava sedermi in camera mia con la chitarra e comporre. Poi ho incontrato di nuovo Steve Stevens ed è stato tutto diverso”.

Però ora sei tornato a 49 anni ma ancora potente e ribelle…
“Quando sono stato male (nel 94 un’overdose di eroina lo portò in rianimazione al Medical center di Burbank, California, NDR) mio figlio Bill aveva 5 o 6 anni – ho anche una figlia che però non vedo spesso – e io in quel periodo lo accompagnavo sempre a giocare a baseball o a basket. Se fossi morto non mi avrebbero mai perdonato e avrebbero sempre pensato che loro per me non erano così importanti da restare in vita. E così decisi che se non potevo pubblicare i dischi che volevo, avrei fato il padre, e bene. Divertendomi, oltretutto. E credo che l’amore di Bill in particolare mi abbia aiutato a fare il disco. Del resto ora lui ha quindici anni e suona in una band, i Lukas, che picchiano forte! Dovevo per forza tornare sulle scene anche io!”.

Raccontaci come si è ricostruito il rapporto con Steve Stevens e parlaci un po’ delle canzoni. Magari di quelle ballate finali…
“Steve Stevens è sempre stato un musicista di grande talento e si è dimostrato molto leale nei mei confronti: dopo il ‘96 ci siamo reincontrati e parlati e, sinceramernte, non avrei potuto realizzare questo lavoro senza di lui. Sono stato molto fortunato ad averlo di nuovo con me. Quando hai una buona band e un grande chitarrista ti torna la voglia di fare musica. Se nel frattempo ti è tornata la voglia di tutto il resto, ovviamente. E lì ci vuole un po’ più di tempo. Le ballate finali, beh, sono la calma dopo la tempesta…”.

“Devil’s playground”, il nuovo album. Che cosa intendevi descrivere con questo titolo? (in italiano significa “Il campo da gioco del Diavolo”)
“Diciamo che parla dei mali del mondo in generale, ma in modo non pesante o fastidioso. Il male è tutto intorno a noi. Il resto è solo musica; un grande album di Billy Idol (ride, NDR). Del resto, non ho mai fatto un album di canzoni che non volessi sentire”.

Ma tu sei stato tra i primi punk (ai tempi dei Generation X) a non parlare solo di musica. Vi rendevate conto, era la fine degli anni ‘70, che il vostro non era solo un movimento musicale?
“All’inizio, tra risse e concerti, credo che nessuno se ne accorse. Poi cambiò qualcosa e capimmo che facendo musica si poteva tentare di cambiare anche la società inglese della Thatcher di quegli anni”.

Forse allora il punk dei Generation X non era stato trattato benissimo dalla critica…
“Sex Pistols e Clash ebbero subito una platea mondiale, noi no. Johnny Rotten era brutto e sembrava più vecchio di dieci anni mentre mi dicevano che io non avevo la faccia abbastanza cattiva. Poi arrivò la prima Mtv americana che mi rese giustizia e mi diede la possibilità di prendermi delle rivincite”.

E oggi?
“L’arrivo dei grandi capitali nel mondo dei videoclip ha rovinato tutto. Una volta i video facevano discutere e cambiavano le mode. Oggi è solo mercato per la pubblicità. Come il Punk, del resto. Oggi è solo stile, divertimento pop, mentre prima era un modo di essere. Però ci sono band come i Green Day che stimo molto e che sono ottimi compositori”.

Progetti per un tour?
“Partiamo a Marzo, dal Texas. Prima solo piccoli club e teatri, poi le arene. Dovrei tornare in Italia a giugno, all’Heineken Jammin Festival”.

Gabriele Lunati<—2dce9c9bf5d6aeb29be292321bd017cd—>

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