Morgan: “De André è patrimonio comune”
Emozioni e parole intorno al remake di “Non al denaro, non all’amore nè al cielo”
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 13 maggio 2005)
Come al cinema, forse è giunta anche nella musica la stagione dei remake. Questo è ciò che si augura Marco Castoldi, in arte Morgan, con il suo rifacimento di Non al denaro non all’amore né al cielo, disco cult di Fabrizio De André con cui nel nel 1971 il cantautore genovese rese omaggio all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, complice un giovanissimo Nicola Piovani, allora compositore esordiente.
“L’idea nasce da me, anche se ho scoperto che era da sempre un desiderio di Morgan” – ci dice Dori Ghezzi all’incontro con i giornalisti organizzato presso la sede della Fondazione De André a Milano – “Sentivo l’esigenza di tenere in vita questo disco e all’inizio avevo pensato a un’opera teatrale. Poi ho visto Morgan suonare dal vivo alcune di quelle canzoni a Roma e mi sono convinta che sarebbe stato bello farne anche un disco nuovo. Gli ho lasciato carta bianca e il risultato mi ha entusiasmato”.
“Volevo in qualche modo cristallizzare quello che De André aveva fatto, trattando il suo disco come credo si debba fare con un’opera d’arte musicale”, riprende Morgan. “Ho fatto in parte quello che si fa nella musica classica quando si eseguono delle partiture ben defintie, senza alterarne le note, rispettandone la scritture. Ma tramite Nicola Piovani abbiamo scoperto che le partiture originali erano purtroppo irrecuperabili A quel punto ho capito che avrei dovuto trascriverele. Prima facendo leva sulla mia memoria, poi riascoltando attentamente il disco di Fabrizio. Rispetto all’originale non ho tolto nulla, anzi. Ho amplificato gli elementi di musica barocca aggiungendo Bach, Pachelbel, Vivaldi e, in coda, una ripresa del tema iniziale proprio per sottolineare il senso di ciclicità dell’opera: che è anche della vita e della morte, i temi centrali del disco, del resto”.
In un’intervista che De André rilasciò a Fernanda Pivano, prima traduttrice dell’antologia nel 1941, ai tempi dell’uscita del suo disco, Fabrizio confessava di aver trovato molti elementi autobiografici in quei personaggi. E’ successo anche a Morgan?
“Certamente, anche a me è successo di ritrovarmici, anche nei personaggi più cattivi, persino nel giudice nano. Come Fabrizio e Masters stesso, credo, mi identifico di più però nel suonatore Jones e nel matto, le uniche figure risolte e soddisfatte del disco. Uno è il musicista e l’altro è il poeta, coloro che vivono secondo la loro volontà e a cui tocca il compito di narrare i personaggi e le storie. Segui il tuo demone e sarai felice, insomma, segui te stesso: questo è il messaggio del disco, lontano dalle logiche attuali che vedono la cultura e l’istruzione solo come strumenti per lavorare un domani”.
In qualche circostanza nell’interpretazione di Morgan sembra di scorgere un filo di emozione e di partecipazione emotiva in più rispetto a quella di De André...
“Se così è, è un mio limite e me ne dispiaccio. Non volevo far passare la mia emozione, per questo ho tanto ammirato lo stile di De André: terso e asciutto come quello di un reporter o un narratore che espone i fatti nudi e crudi”.
Di certo non si può dire che sia un disco di cover….
“Cover signfica coprire e se vogliamo giocare con le parole, questo è piuttosto un disc-cover, un disco che scopre, che dissotterra, che scoperchia: come si fa con le tombe che popolano la collina di ‘Spoon river’. Sto lavorando anche a una ritraduzione dall’italiano all’inglese, basata sull’originale di Masters come sugli adattamenti di De André, una sorta di traghettazione dell’opera da un luogo e da un tempo all’altro. Infatti alcuni pezzi dal vivo li canterò in versione bilingue… Poi spero che il processo continui, passando magari il testimone a qualcun altro. Questo disco per me è un’opera sociale, un patrimonio comune e quindi deve essere di pubblico dominio. E’ musica di tutti, non un’opera aristocratica. Per questo mi sono sentito nel pieno diritto di fare quel che ho fatto. Certo il concept album è desueto in un’epoca di frammentazione come questa. Ma i personaggi di Spoon River, i temi umani e sociali che introducono sono attualissimi: per questo spero che il disco venga ascoltato soprattutto da chi ha orecchie vergini e non conosce l’originale”.
E dopo De André, che succederà ?
“Con questo disco penso di chiudere la mia trilogia dell’invecchiamento precoce. Tornerò di nuovo giovane, lo prometto, a meno che Dori e la fondazione mi ripropongano di ricreare anche ‘Tutti morimmo a stento’, che era l’altra mia possibile scelta iniziale…”.
Gabriele Lunati<—aa899cf9e5ea1cf89cb32c73ad0c8ebc—>

