Provincia meccanica: una storia d’amore in una vita disordinata

Stefano Accorsi, Valentina Cervi e Stefano Mordini raccontano il film
(originariamente pubblicata su Virgilio Cinema, 7 marzo 2005)

Provincia meccanica di Stefano Mordini è l’unica opera italiana in concorso a Berlino e difficilmente si poteva immaginare per l’autore un destino migliore.

Soprattutto perché si tratta della sua prima regia di fiction dopo anni di documentari.

Abbiamo parlato del film con il regista e i due protagonisti principali, Stefano Accorsi e Valentina Cervi rispettivamente nei ruoli di Marco e Silvia Battaglia.

Come è nato il film?
Stefano Mordini: “Il film è stato costruito su una sceneggiatura scritta e pensata per un tipo preciso di girato e scomposizione. Sarebbe falso dire che sapevamo sin dall’inizio che sarebbe diventato così e ovviamente non pensavo di poter affrontare il film con queste dinamiche. Ma mi hanno aiutato tutti: era il mio primo lavoro come regista e in questi casi non sai bene dove stai andando sino al montaggio finale durante il quale, a tutti gli effetti, si ricostruisce un altro film”.

La storia è stata scritta pensando proprio agli attori che hanno interpretato i protagonisti?
SM: “No, quando si scrive un primo film da dirigere sarebbe presuntuoso pensare di poter avere un cast di questo livello. Però ho scelto a posteriori Stefano e Valentina, sperando che mi dicessero di sì. Siamo stati molto fortunati!”.

Stefano Accorsi: ” Anche noi, del resto. Non capita spesso di leggere sceneggiature così belle. La prima volta che ho letto il copione ho sentito subito il lavoro e la profondità che ci stavano dietro. Molto spesso nei copioni i dialoghi sono didascalici e i personaggi raccontano troppo di sè stessi. Mentre in questo film i personaggi già sono, esistono: per questo motivo i dialoghi sono molto semplici. E’ stato abbastanza istintivo sentire quindi i personaggi mentre si leggeva il copione e durante le riprese tutto si è concretizzato”.

Valentina Cervi: “Ti chiedono sempre perchè scegli un film. Io mi avvicino a un copione cercando di capire che mondo vuole raccontare il regista. In questo caso il mio personaggio è imprendibile e quando ho conosciuto Mordini ho capito subito la sua visione delle cose: Stefano si è fidato molto di noi due. E poi il film è una grande storia d’amore in una vita disordinata. La loro vita non avrebbe senso senza il loro amore. E infatti i Marco e Silvia, a un certo punto della storia, iniziano due cambiamenti paralleli per poi ritrovarsi, comunque”.

Prima di accettare il ruolo, è vero che il personaggio di Marco è stato leggermente modificato?
Stefano Accorsi: “Non esattamente. Io avevo letto il copione e avevo solo fatto alcune osservazioni sul finale, che poi,a rivederlo ora, trovo oltretutto fantastico. Ho capito subito che avevo per le mani una storia molto forte e così ho chiamato Stefano (il regista, NDR) e la cosa ha iniziato a prendere forma. Tante cose mi sono arrivate fortemente sin dalla prima lettura, mentre me ne è servita almeno una seconda per comprendere altre sfumature”.

Stefano Mordini: “E’ chiaro che il film, quando viene girato, è un’opera diversa dalla prima stesura iniziale. Ma va bene così, è una fortuna. Fa parte del dinamismo di un’opera cinematografica e dell’interazione con gli attori”.

Come avete costruito i vostri personaggi?
Valentina Cervi: “All’inizio abbiamo cercato tutti e tre insieme di razionalizzare i personaggi. Ci siamo posti molte domande a cui ci siamo dati ben poche risposte. Poi ci siamo calati nei luoghi e nei vestiti stessi dei protagonisti e abbiamo iniziato a improvvisare prima di girare. Sul set abbiamo poi portato l’essenza di quanto acquisito durante le prove”.

Stefano Accorsi: “Questo tipo di approccio ormai è molto raro al cinema di questi tempi. Abbiamo provato due settimane, prima a Roma e poi a Ravenna, con i vestiti di Marco e Silvia addosso, nell’appartamento e nei lugohi in cui avremmo girato. A un certo punto ho trovato le scarpe giuste che mi aiutavano a capire meglio la fisicità del personaggio. E’ importante il lavoro concreto: spesso la parte di teoria a monte del nostro lavoro viene poi smentita proprio dalla pratica”.

Una domanda finale per il regista. La storia ruota intorno a una coppia, ma allo stesso tempo il film lancia messaggi forti, a partire dal titolo. E’ così?
SM: “Io vivo nei luoghi in cui abbiamo girato per cui è un contesto sociale e geografico che conosco molto bene. Non so se sia davvero una provincia operaia e comunque il film è apolitico. Il titolo contiene già molti degli elementi ma, in verità, l’ho rubato da un articolo di cronaca locale. Certo è che quando usi un titolo del genere te ne devi poi assumere tutte le responsabilità. Ma la vera idea centrale del film, in controtendenza con tutto, resta il fatto che anche nei problemi e nella sofferenza, qualcuno non sceglie la via più facile della separazione ma quella comunque di stare insieme, per sempre”.

Gabriele Lunati

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