
L’originale di questo articolo è stato pubblicato il 2 gennaio su Del Rock. Lo trovate QUI.
Cari, vecchi Strokes. Sembra ieri che sono diventati famosi eppure è passata un’eternità secondo il calendario bizzarro e schizofrenico della storia del rock. I tempi sono un po’ cambiati e ora la stampa di mezzo mondo rovista un po’ meno nella loro vita privata e li lascia liberi di crescere ed evolversi musicalmente, distratta com’è ad inseguire giovani band e nuovi fenomeni su cui speculare.
Rieccoli quindi, più alla mano e disponibili del previsto, senza modelle o attrici famose al seguito, ma sempre così trendy da essere davvero irresistibili. I cinque rockers newyorkesi arrivano perfettamente in orario alla conferenza stampa il giorno dopo l’unica data milanese. L’atmosfera è surreale e ci si chiede perché intervistarli al Just Cavalli Cafè di Via della Spiga a Milano, avvolti da specchi che fanno venire le vertigini mentre fuori la città impazzisce di colori la settimana prima di Natale.
«Volevamo un album che suonasse in maniera differente dai precedenti» dicono in merito a First Impressions Of Earth. Probabilmente è questo il motivo che giustifica la scelta di cambiare il produttore a lavori già iniziati, passando dallo «storico» Gordon Raphael, ancora presente in tre tracce, a David Kahne. La differenza tra i due ce la racconta lo stesso Julian Casablancas, voce della band: «Per Gordon andava sempre tutto bene, contava solo la sintonia che c’era tra di noi. Con David invece l’approccio al lavoro è molto più pragmatico e operativo. Del resto è un professionista esperto, un tecnico, ha prodotto molti dischi e conosce a perfezione i migliori studi di registrazione. Questo vuol dire che anche da noi si aspettava e pretendeva un certo livello di professionalità: cosa che ovviamente ha creato qualche tensione, in particolare quando qualcuno di noi si presentava svogliato o poco in forma alle session».
Questo per la band ha significato restare in studio più a lungo del previsto e ritrovarsi più volte a registrare singole tracce perché David ha voluto a ogni costo tirare fuori il meglio di loro. Forse ci è riuscito, forse no, resta il fatto che questi nuovi Strokes sembrano più maturi e anche più consapevoli di dove vogliono arrivare. Tanto da ammettere di stare ancora cercando di capire chi sono e di scoprire il loro vero potenziale. Questo implica non essere soddisfatti al cento per cento del lavoro appena realizzato, pur essendo consapevoli di esserci quasi arrivati.
Una cosa è certa: l’album è appena uscito e le prime impressioni di quanti ne hanno ascoltato alcune porzioni spaziano da «Il più variegato album che gli Strokes abbiano mai registrato» (lo scrive Mojo) fino a «più intenso e più gigantesco di qualunque cosa fatta in precedenza» (Blender).
Vero è che in tutto il mondo è stato anticipato quest’autunno da un singolo, “Juice Box,” accompagnato da un video malizioso - ma c’è di peggio in giro - che Mtv ha deciso persino di censurare. Il fatto ha scatenato un mezzo affare di stato, ha fatto arrabbiare non poco Nick Valensi e soci e ha portato la band a interrogarsi sulla necessità o meno di spendere ancora così tanti soldi per un video per poi vederselo massacrato: «uno spreco di denaro e di energia», parole loro.
Quanta saggezza, verrebbe da dire. E c’è pure tempo per parlare di politica. Già perchè una domanda su Bush, a dei newyorchesi doc, sembrava una cosa quanto mai inevitabile. «Bush non ci piace - dice Julian - ma il problema non è solo lui, ma tutta quella rete e quel sistema di aziende che lo sorreggono e lo manipolano in nome del dio denaro».
«E pensare che ho scelto il ruolo di batterista proprio per evitare di rispondere a domande come questa! - interviene Fabrizio Moretti - Scherzi a parte, agli amici italiani chiedo sinceramente scusa per quello che sta facendo la nostra amministrazione. Credeteci, in America siamo in tanti a pensarla così e a non essere d’accordo con Bush».
Stop, fine, o quasi: la band va di fretta, li aspetta un volo per Madrid ma c’è il tempo per una sigaretta veloce fuori dal locale. Sempre Moretti ci confida quanto gli manchino i suoi luoghi d’origine, la terra di suo padre e di suo zio, il cibo, il vino e i bei posti. Proprio lui che in conferenza stampa ha dichiarato di amare New York come non mai e di ritenerla una città unica al mondo. L’appuntamento è solo rimandato alla prossima data: Fabrizio vuole tornare a Torino a mangiare e bere bene. Chi si offre di accompagnarlo?
Gabriele Lunati
Post scriptum: della stessa intervista trovate
Una versione “domanda e risposta” pubblicata su PlayRadio.it il 4 gennaio
E, solo con leggere modifiche, anche su Festivalbar.it, strillata dalla mattina del 9 gennaio
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