Archive for February, 2006

Una storia di Tenco

Sunday, February 26th, 2006


Esce in questi giorni contaminati dal virus sanremese (e io, per la prima volta dopo anni non me ne devo occupare per lavoro, per fortuna…) un bellissimo libro pubblicato da Stampa Alternativa e scritto con amore e competenza da Ada Montellanico: Quasi sera. Una storia di Tenco. Una rilettura dell’uomo e dell’artista attraverso la sensibilità dell’autrice, donna e musicista, e quella ammirazione che si riserva solo ai maestri. Un libro che nasce dalla chiara voglia di scoprire le cose più vere per tentare di svelare l’originalità e la modernità di Luigi Tenco, spesso sacrificate per dare spazio ad aspetti morbosi sulla sua tragica scomparsa.

Luigi Tenco fu un cantautore che rivoluzionò il mondo della canzone. Dopo essersi distanziato dalle canzonette, fu il primo a condurre la musica italiana verso brani sempre più impegnati con testi che, se c’era qualcosa nel mondo che non andava, lo dicevano chiaro e preciso. Si può infatti considerare snza dubbio il precursore del cantautore di protesta e ne fa fede la canzone Cara maestra che addirittura già nel 1962 gli costò l’esclusione per tre anni da ogni apparizione televisiva.

Un modo di far musica che giunse troppo presto per essere capito e, di conseguenza, venne spesso rifiutato. Così, per Luigi, il vero successo arrivò dopo la sua morte (basti pensare che la RCA si affrettò ad aumentare la tiratura di Ciao, amore ciao che un mese dopo il suo suicidio aveva già venduto trecentomila copie); una morte che lo riportò tra le colline della sua valle, al suo paese natale, Ricaldone, in provincia di Alessandria dove il cantautore visse i primi anni della sua vita e di cui parlò spesso in molti versi dei suoi titoli più noti. Al contrario, infatti, di quanto si possa pensare, Luigi era profondamente e indiscutibilmente piemontese, sebbene abbia poi fatto parte della scuola dei cantautori di Genova.

Nato a Cassine il 21 marzo 1938, trascorse i primi 10 anni della sua vita a Ricaldone, paese caratterizzato da dolci colline e vigneti a perdita d’occhio, circondato dall’Appennino, dal Monferrato e dalla pianura al di là del fiume Bormida. Qui, la famiglia Tenco visse in una grande casa bianca, una casa che affaccia su un cortile immenso dove il bambino Luigi passava lunghi pomeriggi a giocare, un cortile al quale è costretto a dire addio nel 1948 a causa del suo trasferimento a Genova (“dire addio al cortile, andarsene sognando”).

Nonostante le diverse possibilità offerte dalla città, questo piccolo borgo dell’alessandrino rimase per sempre nel suo cuore, non solo perché luogo in cui trascorse la sua infanzia ma, soprattutto, perché qui imparò cose semplici ma genuine (“dove ho imparato ad amare il sole…”). Inoltre qui, visse i tragici momenti della seconda guerra mondiale, quelle terribili sensazioni che ti accompagnano per tutta la vita “li vidi passare vicino al mio campo, il sole era alto sui loro fucili… qualcuno di loro mi mandò un saluto, io ero più piccolo delle spighe di grano ma dentro io ero soldato con loro”.

Il paesaggio piemontese rappresenterà, per lui, per lungo tempo, un importante spunto di composizione: ripercorrendo la strada che attraversa Ricaldone, è facile rivivere le intense sensazioni rese eterne da versi di Luigi; un paesaggio impresso nell’animo di Tenco tanto da ispirargli, nella versione non definitiva di Ciao amore ciao l’introduzione del verso “lo zolfo alle viti”. Un passaggio che riporta al faticoso lavoro del contadino che, in estate, cura le viti con zolfo e verderame, accompagnato dalla preoccupazione di “guardare ogni giorno se piove o c’è il sole”.

Ma non solo. In alcuni passaggi riaffiora, inoltre, la volontà di tornare nella “sua verde isola”. In particolare il testo de La mia valle ha proprio il compito di testimoniare questo desiderio, la volontà di rivivere la semplicità e la genuinità tipica di un paese la cui attività predominante è l’agricoltura. Il desiderio di tornare tra le sue immense colline coperte di vigneti è anche sottolineata dai versi “Io vorrei essere là ad inventare un mondo…” ; “mi dico sei libero di tornare indietro ma ormai la mia vita è una prigione di vetro e al di là io vedo te che aspetti invano…”. Un luogo dove la gente continua a lavorare i campi “senza problemi per il vestire e con la barba sempre da fare”, e d’estate il chiarore abbagliante della luce del sole rende ancora “bianca come il sale” la “solita strada” che attraversa le vie del paese, e tanta gente continua a partire verso la città dicendo “addio al cortile”.

“Perché se un giorno dovrò morire, voglio morire nella mia valle” cantava.

Oggi nel cuore del borgo rimane la vecchia casa materna a testimoniare il passaggio del tempo e i pochi compaesani di allora che ricordano volentieri un “giovane angelo” che ha abbandonato troppo presto il mondo terreno.
Oggi è tempo di riscoprire uno degli autori più grandi della musica italiana - grazie al libro della Montellanico - passando attraverso le sue canzoni, i testi anche inediti e le testimonianze degli amici che gli hanno voluto davvero bene.

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Ada Montellanico
Quasi sera. Una storia di Tenco
Nuovi Equilibri / Stampa Alternativa, Roma, 2006
Collana “Sconcerto”, 15 euro
Con un’intervista a Gianfranco Reverberi
Prefazione di Adriano Mazzoletti
Note al cd di Enrico Pieranunzi

Quando c’era Silvio: storia di un omino di burro

Saturday, February 25th, 2006


C’era una volta un omino, più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Conduceva un carro tirato da dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame. Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi. Questo ci raccontava Collodi nel suo Pinocchio.

C’era una volta invece un altro omino, che in un paese chiamato Italia a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo dominò per undici anni la scena mediatica e politica. Anch’egli più largo che alto, ascese all’olimpo del potere economico venendo dal nulla; poi costruì palazzi e città, comprò tv e squadre di calcio, sino a che un giorno scelse di impegnarsi in politica abbagliando la gente con i suoi sogni in multicolor. Finì che salì al governo e ci rimase a lungo, spaccando in due l’opinione pubblica e suscitando lo stupore e lo sconcerto dei media internazionali…

Andò più o meno così. Ma la domanda legittima è: come sarà davvero ricordato Berlusconi dalla storia? E’ ciò che si chiede il tanto atteso Quando c’era Silvio, storia del periodo berlusconiano, un film scritto da Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio e diretto da Ruben H. Oliva.
A tutti gli effetti è il primo film-documentario su Silvio Berlusconi e la sua scalata, dalle prime fortune economiche alla sua scelta di impegnarsi in politica, ricco di immagini inedite e rarissime, interviste originali, documenti visivi mai proposti prima e riprese senza censura dell’Italia di oggi.

E se i più sprovveduti resteranno certamente spiazzati, i più preparati potranno solo ridere per vincere l’ansia davanti a certe immagini e certe verità. Come quelle della villa di Arcore e il suo incredibile mausoleo, dove il capo vuole essere seppellito come il faraone Tutankamen, con gli amici che gli giurano fedeltà a fargli da corona, o la vera storia del capomafia di Palermo che gli fece ufficialmente da stalliere, il cambiamento del suo corpo, l’ossessione per la statura, la calvizie, il peso forma, e la bizzarra idea di un artista che espone in una galleria d’arte svizzera un sapone prodotto con del grasso avanzato da un lifting a Silvio e dal titolo emblematico: “Mani pulite”.

E poi c’è la crescita della sua ricchezza (parallela alla crisi economica del Paese), ottenuta con lo sconvolgimento del parlamento e del sistema mediatico, l’Italia che lascia - dopo cinque anni di governo - ripresa nella sua cronaca quotidiana, quindi le motivazioni della sentenza che ha condannato a nove anni per mafia a Palermo il suo braccio destro Marcello Dell’Utri dopo un processo semisconosciuto durato sette anni.

Per la prima volta inoltre viene mostrato il documento integrale della “giornata dello scandalo” del premier italiano al parlamento europeo di Strasburgo (“è bastato chiedere i nastri al parlamento e dopo pochi giorni ce li hanno inviati” ha confessato Deaglio in conferenza stampa, segno che su certe cose persiste un tabù mediatico che nessuna tv ha avuto il coraggio di abbattere).

Girato in sette mesi alla vigilia delle elezioni politiche che decideranno del suo futuro, Quando c’era Silvio è un film di assoluta attualità e da conservare “a futura memoria”, nato, per ammissione degli stessi autori, dall’idea di fare la cronaca di un personaggio storico. E di provare, nello stesso tempo, a estraniarsi, a immaginare un film che possa essere visto ora, ma anche tra dieci o vent’anni.

Originale nella sua concezione, è un “docu film” che unisce diversi generi: dalla fiction al reportage alla grahic art alla scoperta di repertorio assolutamente inedito ed è anche la dimostrazione della possibilità di uscire dalle costrizioni che oggi limitano in Italia il mondo televisivo, di raccontare senza censura e di trovare i protagonisti e i testimoni diretti: pochi i commenti, molti i fatti.

Perché film su Berlusconi, la sua storia, il suo impatto sulla società italiana o anche documenti visivi di controinformazione, finora in Italia non ne sono usciti.

E i motivi sono molteplici. In primo luogo, la potenza reale dello stesso Berlusconi nell’industria di produzione e di distribuzione cinematografica, che ha fatto desistere tutti; in secondo luogo una sorta di divieto a trattare la materia da parte delle reti televisive, cui poteva essere destinato un prodotto per la visione di un vasto pubblico; in terzo luogo una sagace e scientifica opera di ritiro dal mercato – a opera dello stesso Berlusconi – del materiale audiovisivo che non aveva la sua approvazione. Sono spariti così dai giornali interi archivi di fotografie di cronaca, materiale girato in occasioni pubbliche ed è stato messo al sicuro tutto quanto veniva considerato non confacente per l’immagine pubblica dell’industriale diventato uomo politico.

L’unico settore della comunicazione che ha potuto esprimersi sul Protagonista, è rimasto quello dell’editoria che è stata tanto proficua che a oggi i libri su Berlusconi, in maggioranza saggi e inchieste, sono più di cento, scritti dai nomi più noti del giornalismo italiano ed europeo. Alcuni di questi libri hanno raggiunto il rango di best seller, ma non hanno trovato mai uno sbocco televisivo o cinematografico, quasi che questo fosse il confine da non varcare assolutamente; quasi che si volesse assolutamente segnare un confine tra “consumo intellettuale” e “consumo di massa”.

Per tutte queste ragioni il film uscirà su dvd (con in allegato il libro Berlusconeide 5 anni dopo ricco di testi, documenti, notizie, preveggenze e informazioni da tenere presenti per il futuro) e sarà in vendita, entro il 3 marzo, in tutte le edicole italiane e negli 89 punti vendita Feltrinelli. Il dvd da solo sarà invece in vendita a partire dal 7 marzo nei punti vendita home video.

Da regalare e diffondere.

Potete trovare questa mia recensione del film di Enrico Deaglio Quando c’era Silvio: storia del periodo berlusconiano su Delcinema.it

Operazione Moana

Friday, February 24th, 2006


Ancora discussioni intorno a Moana Pozzi; l’ultima la vuole come una spia al servizio del Kgb implicata in un’operazione finalizzata a destabilizzare Bettino Craxi.

Lo rivela in esclusiva News Settimanale nel numero in edicola oggi.

Moana Pozzi avrebbe avuto relazioni con politici di tutti i partiti, con ambasciatori, ufficiali e perfino con alti prelati, e proprio da queste persone avrebbe ottenuto informazioni che poi avrebbe trasmesso ai servizi segreti dell’Est.

“Operazione Moana”, scrive il settimanale, “era il nome in codice di un capitolo molto particolare dell’interventismo d’oltrecortina in Italia: destabilizzare Bettino Craxi, con ogni mezzo, dal gossip privato alle frequentazioni con personaggi della malavita organizzata”.

“Moana Pozzi risulta ancora oggi socia della Anlivered Corporation Limited, una società iscritta alla Camera di Commercio di Kiev specializzata nel commercio legale di scorie. Era quella la sua copertura come agente al servizio di un generoso collega di Mitrokhin. Le trame di questa spy story, iniziata negli anni ottanta e proseguita fino a Tangentopoli sono raccontate e in parte svelate, in Moana: la spia nel letto del potere, scritto per le edizioni Piscopo da Brunetto Fantauzzi (il giornalista romano curatore del famoso Filosofia di Moana) e la cui uscita è prevista per i primi dieci giorni di marzo”, sostiene l’articolo di News Settimanale.

“Ancora oggi”, ha raccontato Fantauzzi al settimanale, “la Digos non si spiega come mai per due, forse tre, volte nell’aereo per New York su cui volava la pornostar, furono trovate valigette con l’uranio. Certo sono fatti suggestivi e non si possono trarre conclusioni affrettate. Di una cosa, però, sono sicuro: Moana aveva relazioni con politici di tutti i partiti, con ambasciatori, ufficiali e perfino alti prelati. Un cardinale la propose per il processo di beatificazione. Bene, da questi personaggi traeva informazioni che passava ai servizi segreti dell’Est. Questa era l’Operazione Moana. Che rispondeva a una precisa regia”.

Blue Pixel Compilation

Wednesday, February 22nd, 2006


Un po’ come il cielo sopra Milano: il mio quinto iMix

Lo trovi QUI (se hai installato iTunes).

Hello William

Wednesday, February 22nd, 2006


Premetto e confesso che ho un’adorazione particolare per questo personaggio; quasi fanatica, direi, anche se io sono solito non essere “fan” in generale.
Hello Waveforms è l’album che segna il ritorno sulla scena di William Orbit, il produttore che negli anni Novanta fece la fortuna dell’allora esordiente Seal e rese i suoi preziosi servigi a star del calibro di Madonna (Ray of Light), U2 (Electrical Storm) e Blur (13).

Ha registrato e prodotto il nuovo materiale tra Londra e varie location statunitensi e il disco ha fornito l’occasione per una reunion con Laurie Mayer, e per avere ospiti come Finley Quaye, le Sugababes e Kenna.

E il fatto meraviglioso è che l’album è pure un piccolo gioiello, di quelli che ormai non si ascoltano più da tempo nel saturo panorama “globalizzato” della musica elettronica.

Ok, sono trascorsi ben sei anni dall’ultimo lavoro (era infatti il 2000 quando il mago dell’elettronica inglese sfornò “Pieces in a modern style”) e il buon William Wainwright (vero nome di Orbit) ha avuto tutto il tempo per mettere nero su bianco ogni singolo loop, ogni lieve modulazione dei suo synth, senza lasciare nulla al “già sentito” o all’autocitazione.

Resta il fatto che già dal primo ascolto il disco diventa irresistibile. Grazie, William, sei in playlist a rotazione.

TRACKLIST:
“Sea green”
“Humming chorus”
“Surfin’”
“You know too much about flying saucers”
“Spiral”
“Who owns the octopus?”
“Bubble universe”
“Fragamosia”
“Firebrand”
“They live in the sky”
“Colours from nowhere”

Dettaglio di servizio: la carriera di William Orbit iniziò negli anni Ottanta con la formazione new-wave britannica dei Torch Song.

Clap Your Hands Say Yeah

Wednesday, February 22nd, 2006


Scoperti dalla Rete, i cinque di Brooklyn sono arrivati in Italia a Bologna e Milano. L’album mi ha sorpreso e non riesco a fare a meno di ascoltarlo.

Gustatevi l’intervista rilasciata all’amico Max Leva su Kataweb Musica.

Una faccia simpatica

Wednesday, February 22nd, 2006


Questa intervista è stata pubblicata su Festivalbar.it l’8 febbraio 2006.
Ve la riporto integralmente.

Gavin Degraw: Da New York alla conquista del mondo

Gavin DeGraw è un vitale, magnetico, giovane artista il cui abbondante talento e carisma sono già ben noti nel giro dei club di New York. Un grande successo olteroceano che ora si sta estendendo anche all’Europa e all’Italia in particolare dove ha già toccato i vertici delle nostre classifiche. E DeGraw celebra il primo anniversario dall’uscita del suo album d’esordio con un re-packaging limited edition, acustico e dal vivo: Chariot “Stripped”. Questo progetto, ha permesso a Gavin di registrare la sua collezione di 11 canzoni con la stessa tenera passione con la quale ha composto originariamente quei pezzi. La sessione di due giorni di registrazione al Dumbo Studios di NYC, ha catturato appieno l’energia grezza delle sue performance dal vivo e include anche come bonus track la sua appassionata riedizione di “Change Is Gonna Come” di Sam Cooke. In un tempo record, le esibizioni dal vivo di DeGraw, così intense, intime ed emozionanti, hanno fatto di lui uno degli animatori più ricercati della scena musicale della downtown di Manhattan, costruendo un seguito tale da accrescere continuamente l’attesa per il suo primo album in studio.
L’abbiamo incontrato a Milano per la promozione dell’album. Ecco cosa ci ha raccontato…

Gavin, perché hai pubblicato a così breve distanza due versioni dello stesso disco?
In America era uscita la prima versione dell’album, quella singola, e poi ero partito per il tour. Dal vivo mi sono accorto che i fan avrebbero voluto delle registrazioni live. Così ho parlato con i miei manager e abbiamo deciso di pubblicare qualcosa di più istintivo in un secondo cd live in studio che però fosse grezzo, proprio come durante un concerto.

Studio e palco: cos’è per te stare di fronte al pubblico?
Durante le esibizioni la musica diventa più intensa, mascolina, ruvida e l’impatto con il pubblico mi trasmette una grande carica e energia. Prima che musicista sono un ascoltatore e fruitore di musica, per cui cerco di riportare nei miei concerti quello che mi aspetto da un altro musicista.

Hai registrato il tuo album a Los Angeles: perché?
Non è stata una mia decisione ma del produttore che voleva allontanarmi dagli amici, dai familiari, dalla vita di tutti i giorni in modo da potermi concentrare esclusivamente sul lavoro che stavo facendo. Io sono stato d’accordo e così ho trascorso tre mesi a Los Angeles che è una città incredibile; un po’ troppe autostrade e troppi talk-show alla radio, ma le persone e i musicisti sono incredibili. E poi hanno una mentalità e un approccio diverso nelle registrazioni dei dischi. Lì c’è molto più rispetto. Per il secondo cd, quello acustico, volevo invece in qualche modo rivoluzionare l’album già esistente. Volevo fare una sorta di Neil Young che incontra Norah Jones in uno stile di registrazione 67/68, dare alla gente un’altra prospettiva su come sono io musicalmente. Per questo lo abbiamo registrato a NYC perché è lì che mi sento più a mio agio. Ogni musicista presente in questo disco ha suonato con me nei concerti acustici e sapevo che ognuno di loro avrebbe fatto la differenza. Abbiamo suonato tutti insieme per queste registrazioni, nello stesso momento, nella stessa stanza. L’album già in circolazione era un assaggio di me a LA mentre questa è la versione ‘spogliata’ di me a NYC.

Quali sono le sue influenze musicali?
Ho ascoltato musica fin da quando ero piccolo. Tra i miei artisti preferiti ci sono Bruce Hornsby, Beatles, tutti gli ‘eroi del piano’, da Billy Joel a Elton John, da Ray Charles a Sam Cooke e Freddy King e poi molti altri. In particolare di Billy Joel mi piace la classe, lo stile e i suoi testi. L’ho incontrato giusto una settimana fa e mi ha fatto i complimenti, è stato emozionante.

Oggi la musica segue canali differenti, come i videoclip o le suonerie. Cosa ne pensi?

E’ tutta uan questione marketing e music business, ma ogni artista alla fine resta concentrato su quello che fa, mentre tutto il resto è contorno. Se poi la mia canzone diventa una suoneria telefonica, beh è un inizio, un primo passo, non mi dà fastidio. Non penso che una canzone di successo possa cambiare l’essenza di un disco, al contrario può aiutarlo ad avere una vita.

Stai già lavorando al nuovo album?
Sì, sono appena agli inizi. Sto scrivendo delle cose ma non ho un’idea precisa di come sarà il suono di questo album. Di sicuro avrò un budget più alto per registrare e al momento non ho pressioni sui tempi. Sono tranquillo insomma. Di certo il disco sarà più energico e più ritmato.

Avresti mai pensato di ritrovarti in Italia?
Sono sorpreso, è la mia prima volta e come tutti adoro il cibo italiano. Non avrei mai pensato che dai piccoli club e dalla metro di New York sarei finito in giro per il mondo.
(gabriele lunati)

Operaio.net

Wednesday, February 22nd, 2006


Milano, settembre 2000. La ridente cittadina lombarda famosa in tutto il mondo perché famosa e basta ancora una volta non si smentiva. All’apice della frenesia informatica dell’era globale, del nuovo occidente tecnologizzato, della nuova economia - perdonatemi ma se scrivo new economy vomito - del digitale a tuti i costi, della trasformazione isterica della vita quotidiana dell’uomo comune, a Milano, ovviamente, pullulavano nuove aziende .com o .net, web agencies, società di consulenza per il networking, agenzie pubblicitarie per le tue campagne on line, free lance del web design, fornitori di soluzioni per il tuo hosting e housing più performante, content provider per tutte le piattaforme, guru dell’interaction design, dell’interfaccia uomo-macchina, filosofi dell’usabilità e scienziati della parola on line.

Già perché, fedele all’eredità da terziario avanzato della suddetta città, questa massa numerosa e rumorosa di tritabytes e mangiapixel, aveva auotgenerato una moltitudine di nuove professioni: più biglietti da visita possedevi in grado di coprire la vasta gamma di operatori del settore più eri figo e dentro il giro, più la tua mail girava nelle mailing giuste più valevi oro.

Più ferie o convegni del settore frequentavi pià veniva data una faccia al tuo nickname. Più riuscivi a farti intervistare da qualche rivista specializzata o addirittura scriverci, più le tue quotazioni salivano vertiginosamente.

Nulla di nuovo, direte voi: vero, solo che il tutto era esasperato all’ennesima potenza. Si era creata una situazione surreale e paradossale per cui da un giorno all’altro le persone giuste con l’idea giusta si ritrovavano a essere manager al loro primo impiego, finanziati da banche o società incubatrici abbagliate dal guadagno facile e dall’andamento del nasdaq.

Ed era meglio avere un sito tuo personale, un portfolio on line che macinasse accessi e creasse invidia, quel tanto da far postare ai tuoi visitatori commenti più o meno eloquenti sul tuo forum ( i blog non erano ancora di moda). Poco importava se eri un web designer, un team leader, un interaction designer, un information designer, un content manager, un content desigenr, un web editor, un web copy, un new media marketing manager, uno human interaction designer e via dicendo…

Nel settembre di quell’anno lo strascico dell’estate si percepiva più per le facce abbronzate e le scollature ancora ostentate di buona parte della restante popolazione di razza bianca della città che per un effettivo senso di stacco dal lavoro ad agosto modello impiegato medio.
No, la maggior della gente del giro ad agosto aveva lavorato perché c’erano progetti da finire, siti da mandare on line, start-up da progettare e i locali di zona ticinese accoglievano regolarmente questa massa.net che finiva le serate in fiumi d’alcool e pizza fredda dopo improbabili orari in ufficio a fare la cosa più futile e trendy del momento: siti web.

E poi c’erano loro, gli spacciatori di Piazza Vetra. La massa.net era un cliente sicuro e fedele ed esigente. Ottimi stipendi, eta media sui trent’anni, poco tempo libero, un bisogno massiccio di sostanze pesanti per tirare certi ritmi di lavoro: pasticche multicolori e multiformi, sostanze varie e quantità considerevoli di caffeina e guaranà facevano di te un perfetto operaio.net, solo più fashion e meno consapevole.

Nel settembre del 2000, dicevo, trovai lavoro presso una delle più quotate e fiche web agency del momento a Milano. Non avevo bisogno di lavorare, nel senso che avevo già un posto e pure fisso, ma non disdegnavo l’idea di guadagnare di colpo più soldi e ritrovarmi tra le mani benefit e gadgets di ogni sorta.

Restai abbagliato dal loro sito, dai loro messaggi: non puntavano dritto all’azienda ma lavoravano molto sulla suggestione, sul sogno, sull’esperienza che avresti vissuto con i progetti da loro creati: VI RENDEREMO LA VITA PIU’ FACILE.

Questo era il motto dell’azienda e dei due soci che “a vent’anni sognavano di trasformare il mondo e a trenta ci stavano riuscendo”.
Sette mesi dopo me ne andato, di corsa, prima dello “sboom”: per fortuna.

Oggi pensavo a queste cose e dopo tanto tempo, un po’ ci rido sopra.

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Il Maratoneta

Monday, February 20th, 2006


Si è spento oggi ad Orvieto Luca Coscioni. Lo ha annunciato Marco Pannella a Radio Radicale alle 11.20 con queste parole: «Luca era un leader perché era in prima linea e guidava tutto e in qualche misura è naturale quello che è accaduto. Luca è caduto, era in prima linea e direi che è stato ammazzato anche dalla qualità di questo paese e dell’oligarchia che lo distrugge».

Luca Coscioni era da anni malato di sclerosi laterale amiotrofica.

Mercoledì 22 febbraio, dalle ore 10 alle 16.45, sarà allestita la camera ardente presso la Sala Consiliare del Comune di Orvieto (ingresso via Garibaldi). Nel pomeriggio, alle 17.30, si terranno le pubbliche esequie di Luca Coscioni in Piazza del Popolo, ad Orvieto.

QUI potete scaricare il suo libro Il Maratoneta dal sito di Stampa Alternativa.

Il sito ufficiale

Non fiori ma sostegno all’Associazione Luca Coscioni

Touching from the distance

Saturday, February 18th, 2006


Una domenica mattina di 26 anni fa a Macclesfield, periferia di Manchester - era il 18 maggio del 1980 - Deborah Curtis raggiunse la casa dove aveva vissuto con il marito fino a poche settimane prima, ignorando se lui ci stesse ancora dentro o se ne fosse andato per sempre. Stavano per divorziare così lei nel frattempo se ne era tornata a stare dai genitori, con la figlia Natalie.

Aprì la porta, entrò e in una sequenza di attimi che possiamo solo immagnare arrivò a scoprire il cadavere del quasi ex marito: impiccato.

Dopo aver visto in Tv La ballata di Stroszek, un o dei più amari film di Werner Herzog che termina proprio con il suicidio del protagonista, e dopo aver ascoltato un’ultima volta The Idiot di Iggy Pop, Ian Curtis si era tolto la vita all’alba , incapace di reggere “una crisi che sapevo doveva arrivare/demolendo l’equilibrio che avevo mantenuto”, come aveva scritto nei versi di Passover.

Era il cantante dei Joy Division - e non sto qui a raccontarvi chi fossero, per questo c’è Internet - conturbante presenza nel rock inglese a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Resa tale anche, e forse soprattutto, dalla personalità di Curtis, che sul palco si muoveva come scosso da convulsioni, le stesse che provava ogni volta che l’epilessia si manifestava facendogli perdere il controllo di sé. Una figura drammatica. E simbolica. Con involontario senso strategico, ogni particolare sembrava studiato meticolosamente.

Sullo sfondo una città e un’epoca avare di sorrisi e buone vibrazioni, anzi: “la Manchester di De Quincey,” suggerisce Jon Savage e ricorda Albertro Campo, “un ambiente abbrutito in modo sistematico dalla rivoluzione industriale, confinato nel digradare delle brughiere, nel quale l’oblio rappresenta l’unica via di uscita”. Lo si legge nelle note introduttive a Così vicino così lontano (Giunti, 1996), biografia di Ian Curtis e dei Joy Division narrata con la morte nel cuore da Deborah Curtis.

Proprio da questo libro - scopro per caso navigando in rete - verrà tratto un film che stanno gisuto girando in questi giorni. Anton Corbijn, autore di video per U2, Depeche Mode, REM e Nirvana, sarà il regista, mentre Samantha Morton avrà il ruolo della vedova di Curtis. Il leader della band sarà impersonato invece da Sam Riley (ma chi c***** è?).
La stessa Deborah Curtis parteciperà anche alla produzione del film: tremo.

A change of speed, a change of style.
A change of scene, with no regrets,
A chance to watch, admire the distance,
Still occupied, though you forget.
Different colours, different shades,
Over each mistakes were made.
I took the blame.
Directionless, so plain to see,
A loaded gun won’t set you free.
So you say.

We’ll share a drink and step outside,
An angry voice and one who cried,
We’ll give you everything and more,
The strain’s too much, can’t take much more.
Oh, I’ve walked on water, run through fire,
Can’t seem to feel it anymore.
It was me, waiting for me,
Hoping for something more,
Me, seeing me this time, hoping for something else