Hippie.com

La new economy è generalmente considerata l’ultima di una serie di innovazioni tecnologiche nate in Silicon Valley, penisola a sud di San Francisco, in California. In rapida successione, Silicon Valley ha infatti dato i natali a tre grandi innovazioni tecnologiche: i semiconduttori (anni Sessanta), i computer (anni Settanta), i software e Internet (anni Ottanta e Novanta).
L’ultima di tali innovazioni, Internet, è associata nell’immaginario collettivo al concetto di new economy, intesa come nuovo set di regole di funzionamento per il ‘grande gioco’ del business. Su questo tema, Enrico Beltramini propone un’analisi inedita. Per comprendere le origini della new economy – sostiene – non basta guardare alla storia delle imprese tecnologiche che hanno costruito la fama di Silicon Valley. Essa infatti rimanda a un contesto geografico e culturale ben più ampio, che dalla Baia di San Francisco scende fino a Santa Cruz, di fronte all’Oceano Pacifico.
Qui sono nate le grandi ‘rivoluzioni’ prodotte dalla controcultura dei baby boomers nella letteratura (la Beat Generation degli anni Cinquanta), nella politica (le battaglie per i diritti civili degli anni Sessanta), nella spiritualità (le filosofie New Age degli anni Sessanta), nella società (l’ecologismo degli anni Ottanta). In questo senso, la new economy non è che l’ultima di tali rivoluzioni, in ordine di tempo: quella che ha interessato l’economia. Ognuna di esse ha conosciuto un percorso preciso: dopo la lenta incubazione californiana, si è rapidamente sviluppata, improvvisamente è esplosa, cambiando l’agenda mondiale; si è diffusa in tutto l’Occidente, perdendo la sua carica di radicalità distruttiva; quindi si è ritirata, lasciando il posto a un’altra rivoluzione: ugualmente distruttiva, alternativa, conflittuale, ma riguardante un diverso ambito.
Così ogni cultura rivoluzionaria, una volta esaurita la propria carica anti-sistema, è divenuta il ‘liquido amniotico’ della successiva. La new economy ha conosciuto la stessa parabola e, una volta assimilata al sistema economico, si è conclusa. Non solo: in questa diversa prospettiva essa appare con chiarezza come una rivoluzione più culturale che puramente tecnologica, le cui radici sono da ricercare nelle articolazioni del pensiero, anziché nella Rete. Lungi dal costituire l’emanazione di un ‘establishment’, la new economy rappresenta piuttosto la continuazione di quella ‘battaglia culturale’ con il sistema che la California conduce dalla fine degli anni Cinquanta, una battaglia con la stessa carica dirompente, ma con armi nuove: i moderni mezzi della tecnologia applicati al business.
Titolo – Hippie.com. La new economy e la controcultura californiana
Autore – Enrico Beltramini
Prezzo – € 15,00
Anno – 2005
Editore – Vita e Pensiero, Collana Università /Ricerche/Economia<—10d2737ed3150d72bc6bad5774b1c8a2—>


February 5th, 2006 at 5:45 am
A Berkeley sono nati BSD e l’LSD, non è un caso.
http://en.wikipedia.org/wiki/Bsd
http://en.wikipedia.org/wiki/LSD
July 10th, 2007 at 4:53 pm
Gent.mo Lunati, da un po’ di tempo seguo le cose di silicon valley e le devo dire che questo autore, enrico beltramini, mi convince assai poco. Non si capisce chi sia e cosa faccia. Se prende il retro del libro di cui ha riportato la recensione e va a verificare se ciò che sta scritto risponde al vero, qualche problemino lo incontra. Sede delle società a Sidney e Londra? Esistono veramente? Mah…. controllate gente, controllate…. di questi tempi ci sono in giro fin troppi millantatori che si autodefiniscono esperti e poi, se guardiamo bene, non sono niente.
August 17th, 2007 at 11:56 pm
Gent.mo Sig. Rossi, devo dirle che anche a me ‘sto enrico beltramini non mi convince. Chi sia, lo dice bene lei: niente. Ma cosa faccia … neanche sua mamma sa bene cosa faccia. Certamente seguiro’ il suo suggerimento: meditero’.
September 12th, 2007 at 9:51 pm
Il parere negativo su enrico beltramini sembra confermato anche dal blog di piero vereni:
http://pierovereni.blogspot.com/2007/05/e-poi-dicono-che-ti-viene-lansia.html
mercoledì 30 maggio 2007
E poi dicono che ti viene l’ansia…
Ora, io faccio il possibile per capire che aria tira e non sentirmi del tutto spaesato di fronte al recente turbinio del Web2.0 e del social networking. Giuro, faccio tutto quello che posso. Ma poi mi tocca leggere questo:
Enrico Beltramini è uno che apre scenari. Ha spiegato come YouTube sia ormai roba vecchia.
E allora mi chiedo se non si tratti dell’ennesimo gioco a chi è più edgy, non per cercare di capire il mondo, ma per trovare l’ennesima forma di distinzione, non basata sul gusto, ma sulla quota di conoscenza disponibile.
Con l’appiattimento delle differenze di censo (capitale economico) e con la crescita del titolo medio di studio (capitale culturale), mi pare che una delle forme dominanti della distinzione sociale sia diventata la capacità di porsi (attenti, ho scritto “di porsi”, non “di essere”) esattamente al limite di quel che si conosce, di essere insomma in testa alla corsa.
A questo punto, la sparo anch’io per entrare nel club. Il modello delle KMT (per voi poveracci, che non lo sapete: Knowledge Management Technologies) è vecchiume ottocentesco, che pretende di imbrigliare in forme di “oggetti” quelle che non sono altro che reti di relazioni. Tiè. Beccati sto “scenario aperto”.
October 7th, 2007 at 8:58 pm
Caro Luca Forneri,
parla con Piero Vareni e vedrai che l’ansia gli e’ passata. Io l’ho fatto, per capire quale fosse il suo punto. E il suo punto e’ che purtroppo viviamo in eterna accelerazione, e a volte viene l’ansia. Credeva io giocassi a fare quello che si sposta sempre avanti, mentre stavo semplicemente raccontando quello che sta succedendo. Per altro, a settembre persino il Corriere online e’ uscito con un articolo che sosteneva che Youtube e’ roba vecchia. Con Pietro ci siamo spiegati e capiti.
Il punto di Roberto Rossi e’ diverso. Non mette in discussione una opinione, ma una biografia. Dice che la biografia non lo convince. E in base a quale sentimento non lo convince una biografia? La biografia e’ relativa ad un libro, e correttamente Gabriele Lunati offre ai suoi lettori il libro. Roberto Rossi legga il libro e lo commenti, o ne scriva uno lui che spieghi il suo punto di vista. Il resto mi sembra un facile, gratuito ed impunibile gioco al massacro, non credi?
October 21st, 2007 at 5:58 am
Ringrazio l’autore per le risposta. Ma penso che lui stesso sia d’accordo che non si può prescidere dalla fonte per accettare un contenuto. E’ vero, Rossi mette in discussione una biografia. Ma oggi, proprio a causa dell’immaterialità del web, è facile far apparire relale ciò che non lo è. Penso che Rossi dica semplicemente: ci sono delle informazioni nella biografia, andiamo a verificarle. Se c’è scritto che l’autore ha una società , andiamo a vedere se c’è davvero. Se c’è scritto che ha un ufficio a Sidney andiamo a vedere se esiste. Se non esiste, allora l’autore ci ha mentito. e se ha mentito sulla sua biografia, cosa dobbiamo aspettarci dal testo? Io condivido questo approccio. Ho scritto il mio post perché è proprio la risposta di enrico Beltramini che non mi ha convinto. Invece di difendersi in modo anglosassone, portando dati e fatti, lo ha fatto in modo ambiguo, attaccando personalmente Rossi, che peraltro è un riferimento noto ed affidabile. Nessuno vuole un gioco al massacro, ma per carità , se noi italiani vogliamo avere un po’ di voce in capitolo nel mondo cerchiamo di fare le cose bene: di sparate ne abbiamo già fatte tante.
October 23rd, 2007 at 2:26 am
Interessante il punto di Luca Fornieri. Provo ad approfondirlo. Innanzitutto, la mia biografia non è su Internet, ma su un libro, e il libro è pubblicato da una casa editrice, quella della Università Cattolica. Gli editori selezionano gli autori … Rossi avrebbe dovuto saperlo che le case editrici esistono anche per garantire il lettore sulla identità e il profilo dell’autore. Questo preserva (o dovrebbe preservare) l’autore da commenti scomposti come quello di Rossi. Ma facciamo finta che la bio non fosse su un libro, ma online. Meglio ancora! La mia bio è da anni su linkin … chiunque può leggerla … chiunque può scrivere che non è vero che abito in Silicon Valley, oppure che non è vero che insegno in Italia. Siti come linkin servono proprio a risolvere il problema a cui fa cenno Fornieri. Quindi Rossi, invece di implicitamente screditare la mio bio, poteva usare i sistemi di social networking online e verificare se ci fosse qualcuno che poteva sostenere che no, non ho una società con un ufficio a Sydney. E’ così semplice! Ha ragione Luca Fornieri: facciamo le cose bene …