Una storia di Tenco


Esce in questi giorni contaminati dal virus sanremese (e io, per la prima volta dopo anni non me ne devo occupare per lavoro, per fortuna…) un bellissimo libro pubblicato da Stampa Alternativa e scritto con amore e competenza da Ada Montellanico: Quasi sera. Una storia di Tenco. Una rilettura dell’uomo e dell’artista attraverso la sensibilità dell’autrice, donna e musicista, e quella ammirazione che si riserva solo ai maestri. Un libro che nasce dalla chiara voglia di scoprire le cose più vere per tentare di svelare l’originalità e la modernità di Luigi Tenco, spesso sacrificate per dare spazio ad aspetti morbosi sulla sua tragica scomparsa.

Luigi Tenco fu un cantautore che rivoluzionò il mondo della canzone. Dopo essersi distanziato dalle canzonette, fu il primo a condurre la musica italiana verso brani sempre più impegnati con testi che, se c’era qualcosa nel mondo che non andava, lo dicevano chiaro e preciso. Si può infatti considerare snza dubbio il precursore del cantautore di protesta e ne fa fede la canzone Cara maestra che addirittura già nel 1962 gli costò l’esclusione per tre anni da ogni apparizione televisiva.

Un modo di far musica che giunse troppo presto per essere capito e, di conseguenza, venne spesso rifiutato. Così, per Luigi, il vero successo arrivò dopo la sua morte (basti pensare che la RCA si affrettò ad aumentare la tiratura di Ciao, amore ciao che un mese dopo il suo suicidio aveva già venduto trecentomila copie); una morte che lo riportò tra le colline della sua valle, al suo paese natale, Ricaldone, in provincia di Alessandria dove il cantautore visse i primi anni della sua vita e di cui parlò spesso in molti versi dei suoi titoli più noti. Al contrario, infatti, di quanto si possa pensare, Luigi era profondamente e indiscutibilmente piemontese, sebbene abbia poi fatto parte della scuola dei cantautori di Genova.

Nato a Cassine il 21 marzo 1938, trascorse i primi 10 anni della sua vita a Ricaldone, paese caratterizzato da dolci colline e vigneti a perdita d’occhio, circondato dall’Appennino, dal Monferrato e dalla pianura al di là del fiume Bormida. Qui, la famiglia Tenco visse in una grande casa bianca, una casa che affaccia su un cortile immenso dove il bambino Luigi passava lunghi pomeriggi a giocare, un cortile al quale è costretto a dire addio nel 1948 a causa del suo trasferimento a Genova (“dire addio al cortile, andarsene sognando”).

Nonostante le diverse possibilità offerte dalla città, questo piccolo borgo dell’alessandrino rimase per sempre nel suo cuore, non solo perché luogo in cui trascorse la sua infanzia ma, soprattutto, perché qui imparò cose semplici ma genuine (“dove ho imparato ad amare il sole…”). Inoltre qui, visse i tragici momenti della seconda guerra mondiale, quelle terribili sensazioni che ti accompagnano per tutta la vita “li vidi passare vicino al mio campo, il sole era alto sui loro fucili… qualcuno di loro mi mandò un saluto, io ero più piccolo delle spighe di grano ma dentro io ero soldato con loro”.

Il paesaggio piemontese rappresenterà, per lui, per lungo tempo, un importante spunto di composizione: ripercorrendo la strada che attraversa Ricaldone, è facile rivivere le intense sensazioni rese eterne da versi di Luigi; un paesaggio impresso nell’animo di Tenco tanto da ispirargli, nella versione non definitiva di Ciao amore ciao l’introduzione del verso “lo zolfo alle viti”. Un passaggio che riporta al faticoso lavoro del contadino che, in estate, cura le viti con zolfo e verderame, accompagnato dalla preoccupazione di “guardare ogni giorno se piove o c’è il sole”.

Ma non solo. In alcuni passaggi riaffiora, inoltre, la volontà di tornare nella “sua verde isola”. In particolare il testo de La mia valle ha proprio il compito di testimoniare questo desiderio, la volontà di rivivere la semplicità e la genuinità tipica di un paese la cui attività predominante è l’agricoltura. Il desiderio di tornare tra le sue immense colline coperte di vigneti è anche sottolineata dai versi “Io vorrei essere là ad inventare un mondo…” ; “mi dico sei libero di tornare indietro ma ormai la mia vita è una prigione di vetro e al di là io vedo te che aspetti invano…”. Un luogo dove la gente continua a lavorare i campi “senza problemi per il vestire e con la barba sempre da fare”, e d’estate il chiarore abbagliante della luce del sole rende ancora “bianca come il sale” la “solita strada” che attraversa le vie del paese, e tanta gente continua a partire verso la città dicendo “addio al cortile”.

“Perché se un giorno dovrò morire, voglio morire nella mia valle” cantava.

Oggi nel cuore del borgo rimane la vecchia casa materna a testimoniare il passaggio del tempo e i pochi compaesani di allora che ricordano volentieri un “giovane angelo” che ha abbandonato troppo presto il mondo terreno.
Oggi è tempo di riscoprire uno degli autori più grandi della musica italiana – grazie al libro della Montellanico – passando attraverso le sue canzoni, i testi anche inediti e le testimonianze degli amici che gli hanno voluto davvero bene.

———————Ada Montellanico
Quasi sera. Una storia di Tenco
Nuovi Equilibri / Stampa Alternativa, Roma, 2006
Collana “Sconcerto”, 15 euro
Con un’intervista a Gianfranco Reverberi
Prefazione di Adriano Mazzoletti
Note al cd di Enrico Pieranunzi<—cb27bc37f0dc5e5f61f51d6e56267141—>

One Response to “Una storia di Tenco”

  1. shpalmina Says:

    Sicuramente lo comprerò!
    Ciao Gabriele

    Shpalmina

Leave a Reply