
Dal 6 e l’11 aprile del 1944, sull’appennino che divide il Piemonte e la Liguria tra la provincia di Alessandria e quella di Genova, venne compiuto uno spaventoso rastrellamento delle forze partigiane ad opera delle truppe nazi-fasciste. Di questi tragici avvenimenti e di quelli che seguirono ho scritto in questo libro qualche anno indietro.
Qui di seguito trovate un sunto dei due capitoli centrali della ricerca che raccontano in sintesi cosa avvenne in quei giorni di fuoco e sangue.
Purtroppo, per ragioni di spazio e di velocità di lettura on line, ho scelto di omettere qui gran parte delle testimonianze dirette e di limitare il post alla semplice descrizione dei fatti…
Sembra difficile pensare che a scatenare i drammatici eventi della Pasqua del 1944 possa essere stata l’ultima azione della III° Brigata Liguria, come invece viene riportato in un rapporto della GNR di Genova:
“In seguito all’uccisione di un gendarme tedesco, di un interprete e un autista e al ferimento di due sottufficiali germanici, eccidio verificatosi il 5 corrente verso le 17.30, in località Laisso a 6 km. dall’abitato di Masone, il Comando Tedesco, d’intesa col Capo della Provincia, ha adottato nei comuni di Masone, Rossiglione, Campoligure, Campomorone, gravi misure di polizie tra cui il rastrellamento operato sul Monte Tobbio […]”1.
E’ utile pertanto riassumere brevemente le modalità degli eventi del rastrellamento, su cui peraltro esiste una diffusa letteratura e memorialistica resistenziale. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile, con una manovra d’accerchiamento, fu bloccata l’intera zona tra la Valle Scrivia e la Valle Stura, interrompendo tutte le strade poste ai margini. Le truppe nazi-fasciste si mossero da Lerma, Carrosio, Voltaggio, Masone, Rossiglione e Campomorone: tre colonne composte da circa 1000-1500 granatieri della 356° divisione di fanteria tedesca comandati dal colonnello Rohr, circa 350 repubblichini della GNR e qualche decina di bersaglieri. Alle prime luci dell’alba la colonna proveniente da Voltaggio venne avvistata dagli uomini del comandante Odino, che ordina all’intera Brigata Autonoma di ripiegare verso l’intendenza della Benedicta, lasciando a protezione una retroguardia comandata da Giuseppe Merlo e Isidoro Pestarino, con il compito di difendere il grosso della Brigata nella manovra di sganciamento e di occultare materiale vario e documenti: a sua volta la retroguardia, composta da trenta uomini appostati sul Monte Lanzone, si spezza in due tronconi, di cui il primo resta bloccato tra il Monte Roverno e il Monte Tobbio, mentre il secondo raggiunge il resto della Brigata.
Contemporaneamente, le truppe di rastrellamento provenienti dal versante ligure sfondano la difesa dei russi a Piani di Praglia e si dirigono verso le capanne di Marcarolo, dove ha sede il comando della III° Brigata Liguria: nella medesima direzione furono inviate le staffette dai vari distaccamenti per ricevere ordini, ma il comando era già stato evacuato prima ancora dell’arrivo dei tedeschi e questo determinò lo sbandamento della maggior parte delle formazioni garibaldine, abbandonate a se stesse e private di un collegamento operativo. Soltanto il 2°, il 4°, il 5° e il distaccamento Gap opposero una forte resistenza al Monte Colma, sul Monte Tobbio, ai Laghi della Lavagnina e vicino al Monte Tugello.
La Brigata Alessandria, giunta nelle vicinanze della Benedicta, si spezzò ancora in due tronconi: il primo cadde immediatamente accerchiato appena giunto nei pressi dell’intendenza garibaldina, mentre i quaranta uomini del secondo riuscirono a rifugiarsi in una grotta del fiume Gorzente, la “Tana del Lupo”, ma furono ugualmente scoperti verso la fine del pomeriggio ed imprigionati insieme agli altri partigiani, radunati nel frattempo nell’antica cappella della Benedicta.
Questi, all’alba del 7 aprile, vennero condotti sul sentiero che porta al torrente Gorzente e fucilati a gruppi di cinque per volta: alla sera si contarono settantacinque cadaveri, mentre il comandante Odino fu momentaneamente tradotto alla Casa dello Studente di Genova.
Nella notte tra il 7 e l’8 aprile, proseguirono i rastrellamenti, che investirono parte della III° Brigata Liguria, uscita quasi pressoché indenne dalla prima fase dell’operazione: trenta uomini del 5° distaccamento furono fatti prigionieri insieme al loro comandante Emilio Casalini (Cini), che verrà fucilato insieme ad altri 9 partigiani, a Voltaggio:
“[…] I tedeschi volevano pubblicizzare la sua cattura, avvenuta a Passomezzano, e lui li accontentò: ovunque transitava si ergeva in piedi, rigido, sulla macchina scoperta e, simbolo non comune di saldezza morale e ideale, salutava tutti con il pugno chiuso teso in alto. Transitò, così, per Voltaggio, Masone, Campomorone, Crocefieschi e ancora Voltaggio, dove con un processo burletta venne condannato a morte. Gli era stata offerta la possibilità di salvarsi passando ai tedeschi, ma la rifiutò; si era offerto di morire al posto dei ragazzi che erano con lui, ma gli fu negato; al momento della fucilazione fece osservare al comandante del plotone di esecuzione l’irregolare formazione e, allora, venne accontentato e il plotone di esecuzione raddoppiato […]”.
A Masone furono concentrati quaranta uomini rastrellati tra Campoligure e Rossiglione: di questi, tredici verranno giustiziati il giorno seguente a Villa Bagnara. Nella notte quattordici ragazzi inermi vennero trucidati a Passomezzano così come una squadra di sette uomini, caduti in una imboscata tra Cravasco e Piani di Praglia e giustiziati a Isoverde. Tre giorni dopo, l’11 aprile, mentre le truppe tedesche avevano già ricevuto l’ordine di abbandonare la zona, altri otto partigiani della Brigata Alessandria furono passati per le armi.
Le ricerche più recenti, basate direttamente sulle fonti germaniche, hanno permesso di mettere a fuoco alcuni dubbi insoluti, ma anche di ridimensionare certi aspetti strettamente militari riguardanti i fatti della Pasqua 19446. Risulta evidente, ad esempio, quanto i tedeschi, già dal febbraio, temessero uno sbarco delle forze alleate sulle coste della riviera ligure e per questo avevano l’assoluta necessità di liberare le strade di transito, nel contesto di una più complessa operazione antisbarco denominata “Grete”:
“[…] Nell’eventualità dell’ipotesi Grete […] è indispensabile che i centri di gravità dell’attacco contro la costa siano applicati sulle ali estreme e cioè nella direzione delle strade che conducono a Savona e a Genova […] per l’attuazione del piano previsto è di decisiva importanza l’immediata messa sotto controllo dei passi montuosi, tramite i reparti mobili avanzati opportunamente predisposti […]”.
“[…] Esistono segnalazioni sull’esistenza di un gruppo di bande nella zona di Castelletto (35 km. a Nordovest di Genova) a Voltaggio (23 km. a Nord-Nordovest di Genova) […] Il Comando del LXXV Corpo d’armata ha predisposto una operazione di annientamento e intrappreso le adeguate esplorazioni. L’azione è programmata per l’inizio di aprile […]”.
Non sembra però che i comandi tedeschi disponessero, prima dell’operazione, di informazioni effettivamente accurate: da un’altra relazione del primo marzo, spedita dal comando del LXXV corpo d’armata e diretta al reparto d’armata Von Zagen, si parla di parecchi piccoli reparti nella zona di Capanne di Marcarolo, Monte Tobbio e Ronco, espressamente “di un accampamento con circa cento uomini nella zona di Capanne di Marcarolo”. Dati decisamente in contrasto con i rapporti volutamente o incautamente fantasiosi ed esagerati del comando provinciale della GNR; da una segnalazione su circa mille ribelli si passa, dopo alcuni giorni, a cifre raddoppiate, ovvero duemila ribelli di cui mille ben armati. Da escludere, come è già stato fatto notare, che queste cifre siano state gonfiate dai fascisti repubblicani per sollecitare un massiccio intervento di forze tedesche che liberasse definitivamente le valli dalla presenza dei ribelli. E’ più credibile pensare ad una scarsa verifica da parte della GNR riguardo alle proprie fonti informative, ad una avventatezza da parte di questi nel trascrivere testualmente nei loro rapporti tutti i dati degli informatori, senza curarsi minimamente di filtrarli. Un esempio chiaro può esserne la conferma: il 15 marzo, l’agente della GNR G. B. Moretti trasmette al suo comando le informazioni passategli dalla spia Giorgio Delitala9, secondo il quale i partigiani stanziati intorno alla Benedicta ammontavano a circa tremila unità, mescolando ad informazioni precise notizie totalmente infondate. E’ anche vero che i tedeschi non sembrano aver tenuto in gran conto le informazioni della GNR, poiché lo spiegamento di forze effettivamente schierato in campo non corrispose ad un avversario delle dimensioni ipotizzate dai rapporti firmati dal colonnello Togni, comandante provinciale della GNR. Se da un lato, come afferma Pansa, è probabile che gli attacchi partigiani alle postazioni fasciste, le imboscate e l’occupazione di Voltaggio abbiano rafforzato il proposito delle autorità militari e di polizia tedesche di sbarazzarsi delle formazioni partigiane, è indubbio che l’operazione di rastrellamento della Benedicta facesse parte di un ben più ampio progetto offensivo primaverile da parte delle forze germaniche.
Lo studio delle fonti tedesche ha inoltre ridimensionato drasticamente le cifre e i mezzi impiegati dalle truppe nazi-fasciste. Lo stesso Battaglia parla di circa 20.000 uomini, affermazione peraltro ripresa da molti autori, mentre Pansa cita cautamente alcune migliaia di uomini, per la maggior parte tedeschi, tra cui Alpenjager e gendarmeria.
Premesso che il calcolo delle forze a disposizione del LXXV corpo d’armata porta inevitabilmente ad escludere una cifra così sproporzionata, poiché ventimila uomini significava impiegare una divisione e mezza (mentre a difesa delle coste liguri e del mar Tirreno erano stanziate due divisioni di fanteria, tre battaglioni da fortezza ed una divisione corazzata, per una cifra non superiore a quarantacinquemila unità), dalle fonti tedesche si può determinare che il rastrellamento della Benedicta fu eseguito dalle seguenti truppe: la 356° divisione di fanteria, in particolare dal I battaglione dell’869° reggimento granatieri, dalla gendarmeria dipendente dall’871° reggimento granatieri e da reparti di quest’ultimo reggimento, comandati dal colonnello Rohr, per un totale stimato tra i mille e i millecinquecento uomini. A questi si aggiunsero trecentoventi - trecentocinquanta militi della GNR ed un numero imprecisato, qualche decina, di bersaglieri. Alcune testimonianze confermano poi la presenza di almeno una ventina di SS, ufficiali, sottufficiali ed interpreti di stanza alla casa dello studente di Genova, inviati sul posto per condurre gli interrogatori dei prigionieri catturati. Si trattava infatti del Kommando Andorfer, da nome dell’ufficiale austriaco che ne era a capo, l’SS Obersturmführer Herbert Andorfer. Tale Reparto altro non era se non un distaccamento mobile della Sicherheitpolizei, molto spesso utilizzata nelle operazioni antipartigiane di rastrellamento. Da escludere la presenza di Alpenjäger come invece affermato da Pansa e da altri autori che alla sua ricerca si richiamano. La partecipazione di tali gruppi non risulta riportata in alcun documento ufficiale e neppure nei resconti partigiani del’accaduto.
Ricerche più recenti hanno dimostrato che ci troviamo forse davanti a un tipico caso di sovrapposizione nella memoria di eventi tragicamente simili fra loro. Inoltre nessun corpo miltare tedesco si è mai denominato” Alpenjäger”; nell’esercito germanico esistono infatti formazioni specializzate nella guerra di montagna ed equiparabili ai nostri alpini, ma sono sempre state denominate “Gebirgsjäger”, ovvero “Cacciatori di montagna”.
Anche se non coincidono esattamente tutte le ricostruzioni riguardanti il numero delle vittime del rastrellamento (ma le differenze sono minime), si può rilevare quanto segue: i morti dell’operazione sono stati 145 e 368 i prigionieri (tra i tedeschi/repubblicani 4 morti, 11 feriti leggeri, 8 feriti gravi).
Infatti agli uomini catturati durante il rastrellamento vanno aggiunti i giovani abitanti nella zona dell’operazione, considerati un pericoloso bacino di alimentazione per il partigianato locale e convocati con manifesti ed esplicite minacce. Mentre i partigiani erano destinati a Mathausen e ai suoi sottocampi (Ebensee, Gusen, Linz), questi ultimi sarebbero stati utilizzati come operatori coatti nel Reich:
“Nella zona del Monte Tobbio (circa 19 chilometri a sud di Novi Ligure) la 356° divisione di fanteria ha condotto a termine un’azione antipartigiana […] nel cui ambito già 366 (368) persone atte al lavoro, che si trovavano nel territorio infestato dai banditi, sono state rastrellate ed inviate nel Reich per essere utilizzate come lavoratori coatti”.
Non a caso la Militarkommandantur 1014, comando distrettuale di Alessandria, sottolinea la riuscita dell’operazione e la cattura di un numero così alto di persone: sia per giustificare l’operazione stessa, sia per sopperire allo scarso arruolamento di italiani da inviare come lavoratori in Germania nei mesi precedenti.
Prima di essere trasportati a più riprese sui treni per i campi di concentramento, i prigionieri furono collocati a Villa Rosa, una casa di piacere di Novi Ligure adibita per l’occasione a prigione. Dei 368 prigionieri, 191 giunsero sicuramente a Mathausen: 144 morirono, 30 sopravvissero sino alla liberazione (26 ancora viventi nel 1991), mentre non si è riusciti a ricostruire la sorte degli altri 17. Funesta appendice della tragedia delle Benedicta fu l’eccidio del Turchino ad opera dei soldati della Kriegsmarine e della SS, avvenuto la mattina del 19 maggio 1944 e durante il quale furono fucilati 59 martiri: di questi, 17 erano stati arrestati durante le operazioni intorno al Monte Tobbio14.
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