Domenica mio nonno sarebbe stato davvero felice: avrebbe vissuto una giornata speciale, l’apice delle emozioni dopo un anno che ha visto il mio matrimonio, laico e minimale come sarebbe piaciuto a lui, e la notizia dell’arrivo di un pronipote.
Me lo immagino: uscire la mattina del 10 settembre vestito in modo impeccabile – Borsalino compreso perché se sale un po’ di vento ci vuole, è un segno di distinzione anche a fine estate – e andare in edicola sotto i portici di Alessandria per leggere cosa dicevano i giornali su questa strana domenica calcistica, passeggiare lungo la Bormida dove l’alluvione del ‘94 si portò via la barca con cui pescavamo carpe e cavedani, osservare la gente, sorridere, boffonchiare, salutare cortesemente qualche passante, imprecare contro qualche dio perché il cuore Granata pompasse ancora un po’, giusto per vedere a lungo la Juve in B, la sinistra al governo e un nuovo eroe italiano vincere il Giro.
Nulla di tutto questo. Quando quel vecchio gentleman se ne è andato qualche anno fa neanche poteva immaginarsi un 2006 così esaltante: troppo bello per essere vero.
E allora io andrò allo stadio, due volte, da non crederci. L’autunno grigio di Milano è alle porte, l’inverno in fondo è già dietro l’angolo e tra poche settimane i pavè sapranno di pioggia e la città sarà un videogame senza trama.
Ma io mi comprerò una sciarpa granata e andrò lì, a San Siro per Inter-Torino e Milan-Torino: a tifare contro bauscia e magut.
Olè.<
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