L’intervista surreale ad Alec Ounsworth (by Suicide Sheep), leader di una delle band che più devono il loro boom al tam tam su Internet: rieccoli con il nuovo album. Doveva essere la copertina del n. 003 di RGB ma tant’è…
Sono stati uno dei casi discografici dell’anno scorso con un album pubblicato in proprio nell’estate 2005 e poi distribuito da V2 dal gennaio del 2006.
I cinque giovanissimi membri della band capitanati dal cantante e autore Alec Ounsworth vengono un po’ da Brooklyn e un po’ da Philadelphia: li hanno definiti i nuovi Strokes del terzo millennio, moderni manager di se stessi, capaci di autoprodursi e far vibrare la propria musica grazie a Internet molto prima che l’album fosse messo in vendita nel consueto circuito commerciale.
E la Rete ha risposto facendone un caso mediatico: quarantamila sono state infatti le vendite online, grazie al passaparola e alle Università. Con un risultato del genere non è stato poi difficile per la band arrivare in Europa appoggiandosi alla Wichita Recording, già label dei Bloc Party.
Anno nuovo, album nuovo (ma stessa etichetta) già in circolazione in tutto il mondo da fine gennaio. Molte cose sono cambiate nel frattempo ed è stato inevitabile andare a toccare certi temi, proprio con Alec, davanti a una telecamera, in un freddo pomeriggio milanese. Questo è il resoconto di come è andata; il resto nel video sul dvd…
Pare che, grazie a Internet, il vostro primo album abbia scavalcato i canali tradizionali della distribuzione musicale e vi abbia reso dei veri e propri fenomeni del tam tam informatico. Cosa ne pensi?
Se un modo di comunicare prende piede tra ieri e oggi, allora può diventare tradizionale nell’arco di una notte. Personalmente, credo che la gente non faccia altro che approfittare di ciò che è ha a sua disposizione. Ciò che abbiamo fatto è stato semplicemente registrare un album, ascoltare chi ci suggeriva di metterlo sul nostro sito e alla fine metterlo a disposizione di chiunque. Se Internet fosse nato assieme all’album, se fossimo stati noi a creare Internet e contemporaneamente a rilasciare l’album, allora si potrebbe parlare del fatto che abbiamo rivoluzionato i tradizionali canali di distribuzione. Ma le cose non sono andate così: Internet non era assolutamente una nuova invenzione. Ci ha semplicemente aiutato: la gente ha iniziato ad interessarsi al nostro album e Internet era il modo più semplice e veloce per diffonderlo, per raggiungere più persone. Altre band hanno fatto lo stesso, senza ottenere gli stessi risultati, e tutto ciò ha probabilmente a che vedere con i meriti dell’album. O almeno così spero…
OkGo, Artic Monkeys… molte band hanno saputo cavalcare l’onda della rete, del tam tam telematico e della diffusione dei mezzi informatici per giungere in maniera capillare a tutti i fruitori. Secondo te, questo è un fenomeno duraturo o è destinato a spegnersi?
È una faccenda complicata: ci sono molti musicisti là fuori e molti di loro si fanno conoscere attraverso Internet. Io non navigo così spesso, ma quando lo faccio, vengo a sapere molte cose su molte persone diverse e a volte è difficile, mi sento sovraccaricato e mi disconnetto dopo cinque minuti. Stiamo arrivando a un punto in cui tutti conoscono qualcosa di chiunque e questo fenomeno, in una certa maniera, svaluta l’idea stessa di conoscere qualcuno. Ma voglio dare fiducia alle persone e pensare che tutti saranno abbastanza svegli da capire cosa merita il successo e cosa no: alcuni saranno più selettivi, altri meno, altri ancora avranno la possibilità di cambiare opinione un giorno sì e un giorno no rispetto a un progetto. Chissà. Dato che c’è una tale diffusione – e allo stesso tempo dispersione – di informazione e intrattenimento, in ogni momento c’è qualcuno che entra in possesso di nuovi contenuti e qualcun’altro che li sta cercando, senza che nessuno smetta mai di voler essere intrattenuto, in un modo o nell’altro. Persino in questo momento qualcuno potrebbe scoprire il nostro album, che non aveva mai sentito nominare prima. È una ruota che gira.
Sii sincero: va bene il tam tam, vanno bene il blog e la rete, ma per esplodere veramente non credi che un gruppo abbia bisogno del benestare di un magazine conosciuto?
Nel nostro caso, c’è da dire che non siamo esplosi in nessun punto in particolare. Molti non sanno che anche prima stavamo facendo abbastanza bene, a New York. Poi, quando abbiamo registrato l’album, anche la gente fuori da New York è arrivata a conoscere qualcosa di più del progetto Clap Your Hands and Say Yeah. Quel che è successo dopo è che le riviste e i siti web hanno cominciato a diffondere in tutto il mondo l’opinione che si era fatta – o non si era fatta – chi ci aveva ascoltato. Da lì è arrivato tutto il resto. È stata una progressione abbastanza isterica: non è che stavamo suonando per due o tre persone in un club e improvvisamente abbiamo pubblicato un album e tutti hanno pensato: “Wow, questi sono il fenomeno del momento”.
Abbiamo parlato della nuova distribuzione: indipendente, libera, fruibile… Ma la produzione, invece? È sempre legata agli antichi canoni di saletta-prove/sala di registrazione?
Ad essere cambiati sono i metodi di produzione e i mezzi di comunicazione, non la produzione. Certo, si potrebbe parlare di come certe tecniche di produzione si stiano modificando e allora dovremmo entrare nel grande dibattito digitale-analogico. Ma non è questo il punto. Voglio dire: la tecnologia progredisce, cambia sempre. Per quanto mi riguarda, ho uno studio a casa mia, a Philadelphia, e da lì lavoro su tutte le canzoni. Quel che è successo con l’album e che è io ho registrato musica per sette o otto anni, quindi ho portato una serie di idee iniziali alla band, a New York, dove vivono gli altri ragazzi; lì abbiamo deciso la direzione che queste idee avrebbero dovuto prendere per essere incluse in un album, che poi è “Clap your hands and say yeah”; alla fine siamo andati in studio e abbiamo registrato le canzoni. L’uscita dell’album è stata la conclusione naturale di tutto questo processo. Sinceramente, non so se c’è qualcuno lavora in modo diverso: d’altra parte, questa è la mia prima band, il mio primo progetto, il primo album che vendo in tutto il mondo.
Cosa ne pensi dell’acquisizione della Alternative Distribution Alliance (ADA) da parte della Warner? Pensi che la distribuzione indipendente faccia paura alle major?
Può darsi. In effetti, il problema delle major è che non creano senso di appartenenza e allora, con la speranza di darsi un tono, si mettono a collezionare nomi e nient’altro. Con questo sistema, i musicisti hanno sempre il coltello dalla parte del manico: possono decidere di far divertire un certo pubblico o, viceversa, di non farlo. Oggi, non c’è bisogno di un’esagerata quantità di denaro per fare un album e neppure dell’appoggio di qualcuno che ti faccia da politico, che in poche parole è quel che molte etichette di dischi facevano in passato. Oggi, i musicisti possono cavarsela da soli. E questo è esattamente ciò che fanno. Il nostro primo album ne è un esempio lampante.
Parafrasando Warhol, potremmo dire che“Nel futuro saremo tutti famosi per quindici persone”: si vanno definendo, infatti, fenomeni di nicchia, generi musicali sempre più particolari, micro-celebrità ignorate fuori dal loro ristretto gruppo di seguaci. Cosa pensi di tutto questo?
Ho un aneddoto a riguardo. Prima della band, mi ricordo che mi esibivo da solo, ogni giovedì, in un club di Philadelphia. Nel locale ci stavano cinquanta persone o giù di lì, e tutti erano entusiasti e c’era gente che continuava a venire e venire ancora. Si era costruita questa specie di fama intorno a me e alle mie canzoni, una fama che probabilmente non valeva niente fuori da quella zona. Insomma, io ero effettivamente una star, ma solo lì. Bene. Lo stesso succede dappertutto e per qualsiasi cosa: la gente sarà sempre attratta da alcuni aspetti dei musicisti poco noti e delle piccole band. Non c’è niente da spiegare: succede e basta.
Ora affrontate il grande scoglio della seconda prova: si sa che il sequel, il capitolo due, è sempre la parte più difficile. Com’è l’approccio ad un album senza le difficoltà e i vantaggi degli inizi?
Non penso che ci sia nessuna pressione al momento di pubblicare un secondo album o in generale un lavoro che ne segue un altro che ha riscosso un gran successo presso il pubblico. Non chiedo mai alle persone di apprezzare ciò che faccio e mai lo farò. Esce il mio secondo album? Bene, io non ho aspettative su quel che ne penserà la gente: se gli piace bene, se no fa lo stesso. Non sono un politico e non ho nessuna intenzione di andare porta-a-porta a dire: “Sul serio, dovresti ascoltarlo, perché io ho davvero qualcosa da dire”. Preferisco lasciare giudicare gli altri.
Adesso che la band ha raggiunto il successo, puoi permetterti di viaggiare molto e di guadagnarti da vivere con la musica… E se tutto questo un giorno dovesse finire?
Fa lo stesso: non so se sia meglio fare musica per lavoro oppure tornare al mestiere che facevo prima e suonare solo alla sera. D’altra parte, non ho niente da perdere. Finché raggiungiamo un certo numero di persone per un certo periodo di tempo, bene. Poi magari caleremo o magari no, resteremo in alto. Questo è il modo in cui funziona tutto il mondo della musica: un giorno sei sotto ai riflettori, il giorno dopo al buio, un giorno ancora sotto ai riflettori, il giorno dopo ancora al buio. Forse il nostro destino è essere famosi per quindici fan. Sempre quindici, ma gente diversa: e allora Clap your hands and say yeah suonerà una settimana per quindici fan in Tailandia, la settimana dopo per quindici fan in Alaska, quella dopo ancora per quindici fan in Texas. A dire il vero, non riesco neanche a pensare cosa succederà. Sì, è interessante ma è anche impredicibile, come provare a capire che tempo farà domani.
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