Archive for March, 2007

Silence, qui c’è il buio

Saturday, March 31st, 2007

Il lato oscuro dell’elettronica

Silence è lo pseudonimo di Vincent Girès, artista belga, di Bruxelles: un personaggio davvero eclettico se si pensa che spazia con disinvoltura dall’animazione alla programmazione di videogiochi, dal grafitismo alla musica elettronica. E questo è il nostro caso.
Si è autoprodotto due album distribuiti On line con licenza creative commons e non rischia quasi mai – per quanto possibile – di cadere nel manierismo che ha un po’ minato e corroso questo genere musicale che ormai è diventato una sorta di magma sonoro di livello mediocre senza più nulla da dire ma, soprattutto, senza più nulla da sperimentare.
Silence si salva, con stile, mostrando anche il suo lato oscuro: c’è molto buio nel suo suono, se ci concedete la metafora.

Discovering Gizmo

Saturday, March 31st, 2007

Longiano, luglio 2006. Le prove prima del nuovo tour della band di Stewart Copeland. Docu pic di Giovanni Calamari e Gabriele Lunati


Una notte con Carl Cox

Saturday, March 31st, 2007

Si dice che chi ritorna dalle esplosive serate di Carl Cox non sia più lo stesso: poco importa se l’esperienza sia stata vissuta e consumata allo Space di Ibiza o in uno degli ultimi ritrovi più in voga a Londra piuttosto che nella ex Berlino Est.

Cox è un grandissimo dj, uno dei più dotati, speciale e carismatico: una presenza corposa che immediatamente conquista le folle grazie ad una travolgente energia mista ad assoluta precisione, un’accuratezza professionale che addomestica con maestria qualsiasi variazione di ritmo.

Carl Cox non delude mai, anche i non appassionati del genere, ovvero di uno stile che ha ben forti le radici a Detroit, base primigenia per l’evoluzione della dance contemporanea.

Pur non facendo parte della cellula originaria dei ‘techno rebels’, il drappello fantastico di dj e produttori che per primi diedero inizio al movimento house, ne è presto diventato uno degli alfieri, fra i più conosciuti ed apprezzati, non rinunciando mai alla ricerca di nuove formule.

Un suono personale, che col passare degli anni sarebbe diventato nel complesso sempre più globale ed articolato, comprendendo sfumature anche progressive e trance, costantemente alla ricerca della massima forma di comunicazione possibile, mantenendo qualità ed integrità.

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KEXP: un podcast che brucia da Seattle

Saturday, March 31st, 2007

Una radio, una città leggendaria e tanta musica: rigorosamente live

Al motto di “dove la musica conta” KEXP Radio (clicca se hai iTunes) ne ha fatta di strada dal lontano 1972, anno della sua fondazione, crescendo nel tempo e diventando un punto di riferimento culturale molto influente sulla community di Seattle ma non solo. Consapevole che la musica è prima di tutto una forma d’arte ed espressione di movimenti e identità culturali differenti, KEXP ha coltivato un approccio alla programmazione molto “alla John Peel”, se ci perdonate la citazione, facendo dei numerosi concerti in diretta nei propri studi degli eventi unici e irripetibili.

Giusto per dimostrarvi il valore di questo podcast ho scelto due band che con Seattle non hanno nulla a che fare ma che ricevono segni di stima (e favori del pubblico) anche a migliaia di chilometri dall’Europa: gli Editors e i Belle & Sebastian (attenzione, anche in questo caso i link vi riporteranno direttamente ad aprire il relativo podcast con iTunes).

I primi sono quattro ragazzi che solo uno scherzo della storia non ha teletrasportati a Manchester in un periodo cupo di fermento musicale, almeno ascoltando il loro primo e unico album, The Back Room, prodotto da Jim Abbiss (producer di grido che ha lavorato con Kasabian, Unkle, Placebo, Gang Of Four e Bjork tra gli altri). Un esordio fatto con grande stile e classe, sfoderando da subito la loro grinta e indicando la loro strada, che giunge dritta dagli anni ‘80.
E infatti c’è proprio tutto quello che un amante del genere si dovrebbe aspettare, c’è tutto quello che ci dovrebbe essere, c’è quello che c’è e molto di più: ritmo martellante, chitarre potenti e ipnotiche, basso cupo e a tratti inquietante, atmosfera dark quanto basta, un paesaggio musicale notturno e onirico interrotto da risvegli sorprendenti e carichi di un’energia irresistibile e trascinante.

Il richiamo al sound di formazioni storiche come quelle di Joy Division e Echo & The Bunnymen ma anche a un fenomeno più recente come può essere quello degli Interpol nulla toglie al loro progetto musicale, anche perché, occorre ammetterlo, l’album è una vera e propria raccolta di hit single - cosa che, almeno per chi scrive, non capitava da tempo - che richiamano sì echi dei migliori prodotti della scuola post-punk, ma rivestiti di una nuova luce e di una freschezza che sanno di novità e di una promessa musicale per il futuro a cui questi ragazzi, se questo disco ne porta le intenzioni, pare non intendano in alcun modo venire meno.

Dal vivo la band non tradisce le aspettative, anzi sorprende. Perché mette da subito le cose in chiaro e non lascia spazio per pose da cliché: se qualcuno pensa di ascoltare la band più cupa del momento, i ragazzi malinconici dell’indie pop o i nuovi Joy Division può anche fare subito armi e bagagli e uscire a bere qualcosa: qui siamo su altro livello. Il loro live ti esplode in faccia, è veloce, è isterico ma caldo, molto caldo. I brani scorrono in un susseguirsi di buio e luce, come un viaggio in autostrada in cui si alternano gallerie illuminate, luci artificiali, frammenti di alba e di brezza mattutina.
Un susseguirsi di quiete e movimento che ti obbliga quasi ad attendere con ansia il pezzo successivo, la storia successiva che ogni pezzo promette di raccontare.
Freschi di nomina come «miglior gruppo scozzese di sempre» i Belle and Sebastian in questo live per KEXP Radio presentano invece alcune delle tredici canzoni presenti nel nuovo disco che non hanno deluso la stampa specializzata e soprattutto i fan dei ragazzi (o meglio degli ex ragazzi) di Glasgow, anche se alcune tra le atmosfere più intimiste e melanconiche che li hanno resi celebri nel passato parrebbero ancora essere state messe da parte, a discapito di pezzi decisamente più veloci e divertiti.

Sebbene la dimensione live sembra non sposarsi al meglio con le atmosfere e la pacatezza dei Belle and Sebastian, in questa performance radiofonica i nostri sanno dare il meglio, riuscendo con grande abilità a creare una efficacissima sintonia con il pubblico che - come spesso accade per quelle band che vengono definite «di culto» - non solo conosce ogni parola dei brani, ma anche ogni pausa e ogni sospiro dei musicisti sul palco.

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Promenade The Puzzle

Saturday, March 31st, 2007

Flash art e musica: un cortometraggio dell’artista Michele D’Auria sulle note della PFM

Unire musica, poesia, arte e nuove tecnologie. Tutto questo è possibile, come dimostrato dal lavoro di Michele D’Auria, un mix elegante di cinema e animazione sulle note della PFM, la più longeva e celebre rock band italiana. Abbiamo raggiunto l’artefice di questa’opera che negli ultimi due anni ha raccolto premi e consensi in giro per il pianeta. Ecco cosa ci ha raccontato…

Come è nata l’idea del corto e la collaborazione della PFM?
“E’ nato tutto per caso. Quando ho iniziato a buttare giù gli schizzi l’idea di realizzare un corto non era il mio scopo. Mio padre stava lottando tra la vita e la morte per un infarto causato dalle sue sigarette e tutto è iniziato da lì. Non era un momento sereno della mia vita. Ricordo le notti insonni e le lunghe attese di quel periodo; ai miei occhi quello era un diario personale dove raccontavo attraverso i miei disegni le sensazioni che provavo.
Non immaginavo di riuscire a controllare quell’energia. Infatti non dissi nulla alla band di cosa stessi facendo, non era un lavoro o una commissione: quella era la mia terapia contro il peso che stavo subendo.
Ora mio padre sta bene ha un pezzo di cuore nuovo, e la PFM porta il mio lavoro sui palcoscenici di mezzo mondo. E’ stata la prima persona a cui l’ho fatto vedere una volta tornato a casa, nessuno prima di lui. L’ho tenuto per un pò lì, tra le cartelle deL mio pc; poi mandai un’e-mail alla PFM. Non li conoscevo ancora personalmente, ero curioso di sapere cosa ne pensassero. Franz Di Cioccio mi chiamò la sera stessa complimentandosi, quasi non ci credevo. Da lì l’attuale collaborazione con PFM”.

E la band come ha utilizzato poi il tuo video?
“E’ stato pubblicato nel dvd Live in Siena, ed ha aperto il tour nazionale STATI DI IMMAGINAZIONE dove la band suonava live sotto le immagini del video su wallscreen alle spalle del palco. E’ stato un onore per me e ringrazio ancora la band e Iaia De Capitani per questo. Quando al teatro nazionale di Milano ho visto lo show è stata un’emozione grandissima: alla data di Napoli invece non sono potuto andarci… ma ci è andato mio padre!”.

Per questo lavoro hai ricevuto molti premi e riconoscimenti: raccontaci…
“Sì, molti premi ma i più emozionanti sono quelli che sento nelle parole delle persone e nelle e-mail che mi arrivano da ogni parte del mondo. Poi ci sono i festival vinti come il Flashinthecan 2004 ed il Flashforward 2005 o altri festival internazionali come l’Annecy, il Vidfest, il TGSNT e tante recensioni – a livello internazionale - in giro per la rete. L’ultima soddisfazione è arrivata proprio da Adobe che mi ha regalato uno spazio speciale su adobe.com”.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento artistici?
“I miei modelli sono un pò ovunque, e sono le persone che hanno creduto nel loro talento e che sono riuscite a regalarci canzoni, film, quadri, libri, sculture che in nessun altro modo sarebbero potute venir fuori”.

Puoi segnalarci altri maghi come te, italiani o stranieri, che hanno un percorso artistico simile o fanno cose molto interessanti?
“Ce ne sono molti: la passione di Simone Legno, il tratto di Niko Stumpo, il lavoro di Dario Picciau e di Francesco Filippi, lo stile di Mauro Gatti. E poi i corti di Marc Craste, il genio di Hoogerbrugge, di Tokyoplastic, c’è il grande Joshua Davids, le animazioni di Nando Costa, James Paterson e tanti altri che ogni tanto torno a visitare”.

Infine, se si può dire, quali altri progetti hai in cantiere?
“Ho un grande sogno da realizzare ma lo tengo stretto per ora: spero di riuscire a realizzarlo presto”.

Clap Your Hands (and) Say Yeah

Friday, March 30th, 2007

L’intervista surreale ad Alec Ounsworth (by Suicide Sheep), leader di una delle band che più devono il loro boom al tam tam su Internet: rieccoli con il nuovo album. Doveva essere la copertina del n. 003 di RGB ma tant’è…

Sono stati uno dei casi discografici dell’anno scorso con un album pubblicato in proprio nell’estate 2005 e poi distribuito da V2 dal gennaio del 2006.
I cinque giovanissimi membri della band capitanati dal cantante e autore Alec Ounsworth vengono un po’ da Brooklyn e un po’ da Philadelphia: li hanno definiti i nuovi Strokes del terzo millennio, moderni manager di se stessi, capaci di autoprodursi e far vibrare la propria musica grazie a Internet molto prima che l’album fosse messo in vendita nel consueto circuito commerciale.
E la Rete ha risposto facendone un caso mediatico: quarantamila sono state infatti le vendite online, grazie al passaparola e alle Università. Con un risultato del genere non è stato poi difficile per la band arrivare in Europa appoggiandosi alla Wichita Recording, già label dei Bloc Party.
Anno nuovo, album nuovo (ma stessa etichetta) già in circolazione in tutto il mondo da fine gennaio. Molte cose sono cambiate nel frattempo ed è stato inevitabile andare a toccare certi temi, proprio con Alec, davanti a una telecamera, in un freddo pomeriggio milanese. Questo è il resoconto di come è andata; il resto nel video sul dvd…

Pare che, grazie a Internet, il vostro primo album abbia scavalcato i canali tradizionali della distribuzione musicale e vi abbia reso dei veri e propri fenomeni del tam tam informatico. Cosa ne pensi?
Se un modo di comunicare prende piede tra ieri e oggi, allora può diventare tradizionale nell’arco di una notte. Personalmente, credo che la gente non faccia altro che approfittare di ciò che è ha a sua disposizione. Ciò che abbiamo fatto è stato semplicemente registrare un album, ascoltare chi ci suggeriva di metterlo sul nostro sito e alla fine metterlo a disposizione di chiunque. Se Internet fosse nato assieme all’album, se fossimo stati noi a creare Internet e contemporaneamente a rilasciare l’album, allora si potrebbe parlare del fatto che abbiamo rivoluzionato i tradizionali canali di distribuzione. Ma le cose non sono andate così: Internet non era assolutamente una nuova invenzione. Ci ha semplicemente aiutato: la gente ha iniziato ad interessarsi al nostro album e Internet era il modo più semplice e veloce per diffonderlo, per raggiungere più persone. Altre band hanno fatto lo stesso, senza ottenere gli stessi risultati, e tutto ciò ha probabilmente a che vedere con i meriti dell’album. O almeno così spero…

OkGo, Artic Monkeys… molte band hanno saputo cavalcare l’onda della rete, del tam tam telematico e della diffusione dei mezzi informatici per giungere in maniera capillare a tutti i fruitori. Secondo te, questo è un fenomeno duraturo o è destinato a spegnersi?
È una faccenda complicata: ci sono molti musicisti là fuori e molti di loro si fanno conoscere attraverso Internet. Io non navigo così spesso, ma quando lo faccio, vengo a sapere molte cose su molte persone diverse e a volte è difficile, mi sento sovraccaricato e mi disconnetto dopo cinque minuti. Stiamo arrivando a un punto in cui tutti conoscono qualcosa di chiunque e questo fenomeno, in una certa maniera, svaluta l’idea stessa di conoscere qualcuno. Ma voglio dare fiducia alle persone e pensare che tutti saranno abbastanza svegli da capire cosa merita il successo e cosa no: alcuni saranno più selettivi, altri meno, altri ancora avranno la possibilità di cambiare opinione un giorno sì e un giorno no rispetto a un progetto. Chissà. Dato che c’è una tale diffusione – e allo stesso tempo dispersione – di informazione e intrattenimento, in ogni momento c’è qualcuno che entra in possesso di nuovi contenuti e qualcun’altro che li sta cercando, senza che nessuno smetta mai di voler essere intrattenuto, in un modo o nell’altro. Persino in questo momento qualcuno potrebbe scoprire il nostro album, che non aveva mai sentito nominare prima. È una ruota che gira.

Sii sincero: va bene il tam tam, vanno bene il blog e la rete, ma per esplodere veramente non credi che un gruppo abbia bisogno del benestare di un magazine conosciuto?
Nel nostro caso, c’è da dire che non siamo esplosi in nessun punto in particolare. Molti non sanno che anche prima stavamo facendo abbastanza bene, a New York. Poi, quando abbiamo registrato l’album, anche la gente fuori da New York è arrivata a conoscere qualcosa di più del progetto Clap Your Hands and Say Yeah. Quel che è successo dopo è che le riviste e i siti web hanno cominciato a diffondere in tutto il mondo l’opinione che si era fatta – o non si era fatta – chi ci aveva ascoltato. Da lì è arrivato tutto il resto. È stata una progressione abbastanza isterica: non è che stavamo suonando per due o tre persone in un club e improvvisamente abbiamo pubblicato un album e tutti hanno pensato: “Wow, questi sono il fenomeno del momento”.

Abbiamo parlato della nuova distribuzione: indipendente, libera, fruibile… Ma la produzione, invece? È sempre legata agli antichi canoni di saletta-prove/sala di registrazione?
Ad essere cambiati sono i metodi di produzione e i mezzi di comunicazione, non la produzione. Certo, si potrebbe parlare di come certe tecniche di produzione si stiano modificando e allora dovremmo entrare nel grande dibattito digitale-analogico. Ma non è questo il punto. Voglio dire: la tecnologia progredisce, cambia sempre. Per quanto mi riguarda, ho uno studio a casa mia, a Philadelphia, e da lì lavoro su tutte le canzoni. Quel che è successo con l’album e che è io ho registrato musica per sette o otto anni, quindi ho portato una serie di idee iniziali alla band, a New York, dove vivono gli altri ragazzi; lì abbiamo deciso la direzione che queste idee avrebbero dovuto prendere per essere incluse in un album, che poi è “Clap your hands and say yeah”; alla fine siamo andati in studio e abbiamo registrato le canzoni. L’uscita dell’album è stata la conclusione naturale di tutto questo processo. Sinceramente, non so se c’è qualcuno lavora in modo diverso: d’altra parte, questa è la mia prima band, il mio primo progetto, il primo album che vendo in tutto il mondo.

Cosa ne pensi dell’acquisizione della Alternative Distribution Alliance (ADA) da parte della Warner? Pensi che la distribuzione indipendente faccia paura alle major?
Può darsi. In effetti, il problema delle major è che non creano senso di appartenenza e allora, con la speranza di darsi un tono, si mettono a collezionare nomi e nient’altro. Con questo sistema, i musicisti hanno sempre il coltello dalla parte del manico: possono decidere di far divertire un certo pubblico o, viceversa, di non farlo. Oggi, non c’è bisogno di un’esagerata quantità di denaro per fare un album e neppure dell’appoggio di qualcuno che ti faccia da politico, che in poche parole è quel che molte etichette di dischi facevano in passato. Oggi, i musicisti possono cavarsela da soli. E questo è esattamente ciò che fanno. Il nostro primo album ne è un esempio lampante.

Parafrasando Warhol, potremmo dire che“Nel futuro saremo tutti famosi per quindici persone”: si vanno definendo, infatti, fenomeni di nicchia, generi musicali sempre più particolari, micro-celebrità ignorate fuori dal loro ristretto gruppo di seguaci. Cosa pensi di tutto questo?
Ho un aneddoto a riguardo. Prima della band, mi ricordo che mi esibivo da solo, ogni giovedì, in un club di Philadelphia. Nel locale ci stavano cinquanta persone o giù di lì, e tutti erano entusiasti e c’era gente che continuava a venire e venire ancora. Si era costruita questa specie di fama intorno a me e alle mie canzoni, una fama che probabilmente non valeva niente fuori da quella zona. Insomma, io ero effettivamente una star, ma solo lì. Bene. Lo stesso succede dappertutto e per qualsiasi cosa: la gente sarà sempre attratta da alcuni aspetti dei musicisti poco noti e delle piccole band. Non c’è niente da spiegare: succede e basta.

Ora affrontate il grande scoglio della seconda prova: si sa che il sequel, il capitolo due, è sempre la parte più difficile. Com’è l’approccio ad un album senza le difficoltà e i vantaggi degli inizi?
Non penso che ci sia nessuna pressione al momento di pubblicare un secondo album o in generale un lavoro che ne segue un altro che ha riscosso un gran successo presso il pubblico. Non chiedo mai alle persone di apprezzare ciò che faccio e mai lo farò. Esce il mio secondo album? Bene, io non ho aspettative su quel che ne penserà la gente: se gli piace bene, se no fa lo stesso. Non sono un politico e non ho nessuna intenzione di andare porta-a-porta a dire: “Sul serio, dovresti ascoltarlo, perché io ho davvero qualcosa da dire”. Preferisco lasciare giudicare gli altri.

Adesso che la band ha raggiunto il successo, puoi permetterti di viaggiare molto e di guadagnarti da vivere con la musica… E se tutto questo un giorno dovesse finire?
Fa lo stesso: non so se sia meglio fare musica per lavoro oppure tornare al mestiere che facevo prima e suonare solo alla sera. D’altra parte, non ho niente da perdere. Finché raggiungiamo un certo numero di persone per un certo periodo di tempo, bene. Poi magari caleremo o magari no, resteremo in alto. Questo è il modo in cui funziona tutto il mondo della musica: un giorno sei sotto ai riflettori, il giorno dopo al buio, un giorno ancora sotto ai riflettori, il giorno dopo ancora al buio. Forse il nostro destino è essere famosi per quindici fan. Sempre quindici, ma gente diversa: e allora Clap your hands and say yeah suonerà una settimana per quindici fan in Tailandia, la settimana dopo per quindici fan in Alaska, quella dopo ancora per quindici fan in Texas. A dire il vero, non riesco neanche a pensare cosa succederà. Sì, è interessante ma è anche impredicibile, come provare a capire che tempo farà domani.

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I blog scompariranno nel 2017

Sunday, March 18th, 2007

“Ci sono cinquantacinque milioni di blog, qualcuno di loro deve essere buono”, ha detto Bruce Sterling, ripetendo ironicamente lo slogan che campeggia sul portale Technorati. “In realtà, non è così. Non sono buoni e nel giro di dieci anni ne rimarranno pochi. Sono un fenomeno passeggero”.

Ne parla Luca Castelli QUI.

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MySpace Generation n. 007

Sunday, March 11th, 2007

Questa volta rigorosamente powered by JADED EYES

Eyes Set To Kill

Tempe, Arizona, è la casa di questi Eyes Set To Kill, sestetto che coniuga sonorità melodiche a picchi di cieca furia metallica, dolci linee vocali (della bella Lindsey) e urla lancinati (di un tarantolato Brandon). Come dire: il diavolo e l’acqua santa che convivono e operano interlacciati. E lavorano anche bene, insieme: la musica degli ESTK è suggestiva, potente, emozionante… non gli manca nulla per diventare la new sensation dell’alternative rock ad alta gradazione.
Calma e adrenalina, torpore oppiaceo e irrequietezza anfetaminica, amore e odio. Un mix di metal, emo e rock che lascia il segno, basato sull’incontrastabile forza della contraddizione. Da brivido.

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Les Barons

La geografia è uno stereotipo, a volte. Perché – teoricamente – sarebbe poco plausibile concepire una band di blues-voodoo-punk tipo Gun Club (con qualche tratto più marcatamente Stones e sfumature leggermente rockabilly) in quel di Vancouver, Canada. E invece i Les Barons sfatano ogni convinzione contraria: blueseggianti, striscianti e da brivido… cantano di cimiteri, perle nere e addii mettendoci l’impeto di un cajun esaltato dai fumi del whiskey distillato in casa. Una grande band che si autoproduce e distribuisce i propri lavori su cd-r.
Non fateveli scappare. Altro che Jon Spencer e Danko Jones… i baroni (dal look a metà tra il finanziere di Wall Street anni Trenta – con tuba! – e il becchino di Memphis) conoscono il lato oscuro del rock, fanno pokerini col diavolo e giocano a dadi coi fuochi fatui. Serve altro?

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McDevvo & Shady Piez

Il Regno Unito è la patria di questo delirante, ma stuzzichevole, minestrone musicale. La preparazione della ricetta è semplice: in una pentola di cotto versate un po’ di Carter USM, un po’ di Chumbawamba (periodo danzereccio), un filo di Devo, parecchio rap, un grammo di electro e molta molta molta ironia (o forse sarcasmo?). Frullate, sminuzzate e portate a ebollizione.
Ecco fatto: i pezzi minimali, ritmati e scanzonati di McDevvo & Shady Piez. La hit garantita è “Euronob”: caricatela nel vostro lettore mp3 e mettetela in loop… provare per credere.
Una nota a margine: questo progetto fa parte di una visione più allargata, che comprende fumetti, cinema, musica e quant’altro (visitate il sito fat-pie!). Demenza totale o raffinato piano per impadronirsi dei media? Chissà… nel frattempo abbiamo “Euronob”. E ci basta.

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Jenny Owens Young

È giovane, carina e scrive canzoni malinconiche. Ricorda vagamente una Avril Lavigne con tratti irlandesi che ha una voce alla Dolores O’Riordan e ha studiato alla scuola di Suzanne Vega… e finalmente trova il coraggio di far sentire in giro la propria musica, lottando con la timidezza.
In realtà la nostra amichetta non sembra troppo timida: deve avere le idee ben chiare e – pare – il successo potrebbe iniziare a sorriderle molto presto. Un suo brano (“Fuck was I”) è stato selezionato per la colonna sonora del telefilm Weeds, uno dei blockbuster della stagione scorsa negli Stati Uniti.

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Viv Prince Experience

Un gruppo delle italiche lande, questi Viv Prince Experience, dalle ottime potenzialità e che sta iniziando ora a maturare la propria personalità e un suono che li contraddistingue. Sixties sound con venature di psichedelia e folk rock sono il pane quotidiano del quartetto capitolino (nato un paio d’anni orsono): ascoltate “Where do we go from here” e capirete che non si scherza.
Con qualche mezzo in più in fase di registrazione e postproduzione, possono davvero spaccare.

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Five Times August

“I Five Times August sono belli, pulitini e giovani”. Nella frase precedente c’è un errore gravissimo… già: perché, a dispetto di ciò che le orecchie possono dirci, Five Times August è una sola persona (occasionalmente aiutata da altri musicisti).
Questo ventiduenne statunitense, coi suoi suoni cristallini, ci scarica addosso una dose magnum di melodie da spiaggia e cielo stellato. Emo che più emo non si può, Brad indubbiamente aspira a divenire compositore di inni generazionali, da titoli di coda dei più gettonati teen drama televisivi dei prossimi anni.
Elettricità? No grazie! Qui siamo nella terra del punk lucido e caramellato, quello che piace alle mamme e alle figlie, che non sfigurerebbe nella soundtrack di The OC (e infatti un brano è finito in quella di Laguna Beach!).
Pensate che, senza il supporto di alcuna etichetta, ha già venduto quasi centomila copie del suo cd d’esordio… ne sentiremo parlare di sicuro. Molto e molto presto.

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Cloud 9

Il desert rock psichedelico abita a Como e agisce nell’ombra facendosi chiamare Cloud 9.
Ecco un trio da ascoltare e riascoltare: atmosfere acide e calienti, tra Kyuss, Queens of the Stoneage e Screaming Trees, per citare qualche nome mainstream. Non sfigurerebbero in un volume delle “Desert sessions”, se vogliamo andare più nello specifico. Avvolgenti, duri e psicotropi: una vera scoperta.

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Juke Cartel

Rock ruffiano, moderno e prodottissimo, direttamente nei nostri lettori mp3 dalla periferia di Melbourne. Chitarroni chunka-chunka (senza mai sconfinare nel metallo conclamato o nel nu-metal), cantante dalla voce trascinante e melodica, stacchi spaccaossa, ritmiche avvolgenti… l’Australia, in fatto di musica ad alto voltaggio, raramente sbaglia. Certo, il rock d’annata della Canguroland era un po’ più verace (senza quella patina che sa tanto di “MTV aspettaci, arriviamo!”). Ma i Juke Cartel sono proprio bravi.

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Secondhand Serenade

Un californiano biondo, atletico e tatuato: sembra uscito dal cast di un film patinato ambientato nella contea delle arance. Eppure è già un piccolo fenomeno: voce e chitarra, da vero menestrello moderno (dopo anni di peregrinare in diverse band che mai lo hanno soddisfatto), registra per conto suo e grazie alla rete vende qualche migliaio di cd in poco tempo. Merito di una voce armoniosa, di canzoni con riff a presa rapida e delle melodie romantiche e solari che inietta nella sua musica. Rilassante e tonificante.

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Gregory and the Hawk

La newyorkese Meredith compone e si fa aiutare da un pugno di non identificati “frendz” (così li definisce lei). Il mondo di questa ragazza della Big Apple è rarefatto e melanconico e si riflette nelle sue canzoni: una sorta di Tori Amos dai toni più dimessi (meno epici) e timbrica più morbida. Come una tazza di tè caldo a febbraio: ti scalda da dentro, con la sua semplicità.

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Six Years/Eight Years

Sunday, March 11th, 2007

Nell’era di quelli che combattono a tutti i costi l’incedere del tempo c’è chi invece celebra il passare degli anni in modo bizzarro, talvolta morboso, se vogliamo.

Un grande Bluff? Roba da paranoici egocentrici? Forse. Resta il fatto che on line impazzano due video dedicati a questo tema.

Il primo – e più celebre – Noah takes a photo of himself everyday for 6 years è già da mesi un Cult della rete (in particolare su YouTube): Noah Kalina ha 26 anni, è un fotografo professionista e abita a brooklyn, New York. Ha dato vita al suo “Progetto” l’11 gennaio del 2000. Poi la faccenda gli è sfuggita di mano e a un certo punto ha sentito l’urgenza di pubblicare il tutto sui principali video network anche perché, diciamolo, nel frattempo si era accorto che altra gente aveva avuto la sua stessa idea.

Il video di Noah è spiazzante, asettico e malinconico, inquietante e drammatico. Se volete potete anche vederne il lato comico e immaginarvi la faccia di questo tipo che quasi giorno si deve ricordare di farsi un autoscatto perché ormai la gente se lo aspetta. Ai posteri…

Il secondo video è più acido ed effervescente, forse meno autocompiacente e quindi suscita più interesse anche se non ha ancora riscosso il medesimo successo di Noah. “Living my life faster” è stato concepito dalle mente di JK, di cui non sappiamo quasi nulla se non che che per otto anni (!!!) si è fotografato a casa sua. Il suo video è una vera e propra allucinazione: dura meno di due minuti, ma crea dipendenza.

On line:
- Noah takes a photo of himself everyday for 6 years
- Living my life faster

Quel cinico di Joe

Sunday, March 11th, 2007

Prendete un uomo di una certa stazza, un bestione come si dice nel gergo. Fatelo sedere su una sedia e dategli tra le sue mani tozze e sproporzionate una scimmia in regalo apparentemente innocua. L’uomo, o presunto tale, appoggerà goffamente l’animale sulle sue ginocchia e inizierà a percuoterlo come un pupazzo per la gioia. Senza cattiveria, per carità, ma con insistenza e ripetendo una frase ambigua ed enigmatica: “I’ve got my monkey, i’ve got my monkey!”.

Sapete bene anche voi che un bel gioco dura poco e pure la scimmia, del resto: sarà per questo motivo che a un certo punto, con un gesto fulmineo, si volta e strappa in un lampo i bulbi oculari dell’uomo dalle rispettive orbite e ve le tira addosso come uova marce. Sì, proprio a voi, che ve ne state lì ad assistere increduli a questa scena bizzarra.

Non ci siamo inventati nulla: è solo la trama di una delle tante storielle animate di Joe Cartoons. Qualche anno fa sorprese il mondo della rete con un breve corto in flash che aveva fatto letteralmente il giro del web: a dirla tutta più che un corto si trattava di un vero e proprio giochino con cui ci si divertiva - perdonate il cinismo - a vedere che fine facesse un pesce rosso all’interno del frullatore in base alla velocità di centrifuga prescelta.

Da allora Joe non si è più fermato, contagiando il web con il suo humor irriverente, spiazzante e con la sua spietata lucidità: storie minime, un tratto scarno e colori acidi affogati nel bianco.

La rete si è evoluta così come si è diffuso il suo verbo malsano ma irresistibile: anche via podcast.

Per la gioia dei palati più forti una decina di cartoni tutti per voi nel cd.
A vostro rischio e pericolo…

On line: www.joecartoons.com