Archive for the 'Interviste' Category

La mia guerra non è mai finita

Wednesday, April 25th, 2007

Un’intervista a Giorgio Bocca, a cura di Giovanni Calamari e Gabriele Lunati.

Gli amici di Duemila Resistenze avevano invitato Giorgio Bocca per il 25 aprile vicino a Reggio Emilia.

Il ‘”maestro”, come mi piace chiamarlo, in un primo tempo aveva accettato con entusiasmo, anche perché in questo modo avrebbe potuto salutare di persona i suoi “amici partigiani reggiani”.

Purtroppo la sua salute negli ultimi tempi è peggiorata e ha dovuto declinare l’invito, dichiarandosi però disponibile a rilasciare una testimonianza video da poter trasmettere ai giovani durante la manifestazione.

Ovviamente ho accettato al volo la proposta di pensarci io insieme all’amico Giovanni: per cui il 16 aprile 2007, lunedì mattina, mi sono ritrovato a casa di Giorgio Bocca, a Milano, per l’intervista concordata.

Ecco come è andata…

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Promenade The Puzzle

Saturday, March 31st, 2007

Flash art e musica: un cortometraggio dell’artista Michele D’Auria sulle note della PFM

Unire musica, poesia, arte e nuove tecnologie. Tutto questo è possibile, come dimostrato dal lavoro di Michele D’Auria, un mix elegante di cinema e animazione sulle note della PFM, la più longeva e celebre rock band italiana. Abbiamo raggiunto l’artefice di questa’opera che negli ultimi due anni ha raccolto premi e consensi in giro per il pianeta. Ecco cosa ci ha raccontato…

Come è nata l’idea del corto e la collaborazione della PFM?
“E’ nato tutto per caso. Quando ho iniziato a buttare giù gli schizzi l’idea di realizzare un corto non era il mio scopo. Mio padre stava lottando tra la vita e la morte per un infarto causato dalle sue sigarette e tutto è iniziato da lì. Non era un momento sereno della mia vita. Ricordo le notti insonni e le lunghe attese di quel periodo; ai miei occhi quello era un diario personale dove raccontavo attraverso i miei disegni le sensazioni che provavo.
Non immaginavo di riuscire a controllare quell’energia. Infatti non dissi nulla alla band di cosa stessi facendo, non era un lavoro o una commissione: quella era la mia terapia contro il peso che stavo subendo.
Ora mio padre sta bene ha un pezzo di cuore nuovo, e la PFM porta il mio lavoro sui palcoscenici di mezzo mondo. E’ stata la prima persona a cui l’ho fatto vedere una volta tornato a casa, nessuno prima di lui. L’ho tenuto per un pò lì, tra le cartelle deL mio pc; poi mandai un’e-mail alla PFM. Non li conoscevo ancora personalmente, ero curioso di sapere cosa ne pensassero. Franz Di Cioccio mi chiamò la sera stessa complimentandosi, quasi non ci credevo. Da lì l’attuale collaborazione con PFM”.

E la band come ha utilizzato poi il tuo video?
“E’ stato pubblicato nel dvd Live in Siena, ed ha aperto il tour nazionale STATI DI IMMAGINAZIONE dove la band suonava live sotto le immagini del video su wallscreen alle spalle del palco. E’ stato un onore per me e ringrazio ancora la band e Iaia De Capitani per questo. Quando al teatro nazionale di Milano ho visto lo show è stata un’emozione grandissima: alla data di Napoli invece non sono potuto andarci… ma ci è andato mio padre!”.

Per questo lavoro hai ricevuto molti premi e riconoscimenti: raccontaci…
“Sì, molti premi ma i più emozionanti sono quelli che sento nelle parole delle persone e nelle e-mail che mi arrivano da ogni parte del mondo. Poi ci sono i festival vinti come il Flashinthecan 2004 ed il Flashforward 2005 o altri festival internazionali come l’Annecy, il Vidfest, il TGSNT e tante recensioni – a livello internazionale – in giro per la rete. L’ultima soddisfazione è arrivata proprio da Adobe che mi ha regalato uno spazio speciale su adobe.com”.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento artistici?
“I miei modelli sono un pò ovunque, e sono le persone che hanno creduto nel loro talento e che sono riuscite a regalarci canzoni, film, quadri, libri, sculture che in nessun altro modo sarebbero potute venir fuori”.

Puoi segnalarci altri maghi come te, italiani o stranieri, che hanno un percorso artistico simile o fanno cose molto interessanti?
“Ce ne sono molti: la passione di Simone Legno, il tratto di Niko Stumpo, il lavoro di Dario Picciau e di Francesco Filippi, lo stile di Mauro Gatti. E poi i corti di Marc Craste, il genio di Hoogerbrugge, di Tokyoplastic, c’è il grande Joshua Davids, le animazioni di Nando Costa, James Paterson e tanti altri che ogni tanto torno a visitare”.

Infine, se si può dire, quali altri progetti hai in cantiere?
“Ho un grande sogno da realizzare ma lo tengo stretto per ora: spero di riuscire a realizzarlo presto”.<—3ee8571bec989add7d3b7b51667486ca—>

Clap Your Hands (and) Say Yeah

Friday, March 30th, 2007

L’intervista surreale ad Alec Ounsworth (by Suicide Sheep), leader di una delle band che più devono il loro boom al tam tam su Internet: rieccoli con il nuovo album. Doveva essere la copertina del n. 003 di RGB ma tant’è...

Sono stati uno dei casi discografici dell’anno scorso con un album pubblicato in proprio nell’estate 2005 e poi distribuito da V2 dal gennaio del 2006.
I cinque giovanissimi membri della band capitanati dal cantante e autore Alec Ounsworth vengono un po’ da Brooklyn e un po’ da Philadelphia: li hanno definiti i nuovi Strokes del terzo millennio, moderni manager di se stessi, capaci di autoprodursi e far vibrare la propria musica grazie a Internet molto prima che l’album fosse messo in vendita nel consueto circuito commerciale.
E la Rete ha risposto facendone un caso mediatico: quarantamila sono state infatti le vendite online, grazie al passaparola e alle Università. Con un risultato del genere non è stato poi difficile per la band arrivare in Europa appoggiandosi alla Wichita Recording, già label dei Bloc Party.
Anno nuovo, album nuovo (ma stessa etichetta) già in circolazione in tutto il mondo da fine gennaio. Molte cose sono cambiate nel frattempo ed è stato inevitabile andare a toccare certi temi, proprio con Alec, davanti a una telecamera, in un freddo pomeriggio milanese. Questo è il resoconto di come è andata; il resto nel video sul dvd…

Pare che, grazie a Internet, il vostro primo album abbia scavalcato i canali tradizionali della distribuzione musicale e vi abbia reso dei veri e propri fenomeni del tam tam informatico. Cosa ne pensi?
Se un modo di comunicare prende piede tra ieri e oggi, allora può diventare tradizionale nell’arco di una notte. Personalmente, credo che la gente non faccia altro che approfittare di ciò che è ha a sua disposizione. Ciò che abbiamo fatto è stato semplicemente registrare un album, ascoltare chi ci suggeriva di metterlo sul nostro sito e alla fine metterlo a disposizione di chiunque. Se Internet fosse nato assieme all’album, se fossimo stati noi a creare Internet e contemporaneamente a rilasciare l’album, allora si potrebbe parlare del fatto che abbiamo rivoluzionato i tradizionali canali di distribuzione. Ma le cose non sono andate così: Internet non era assolutamente una nuova invenzione. Ci ha semplicemente aiutato: la gente ha iniziato ad interessarsi al nostro album e Internet era il modo più semplice e veloce per diffonderlo, per raggiungere più persone. Altre band hanno fatto lo stesso, senza ottenere gli stessi risultati, e tutto ciò ha probabilmente a che vedere con i meriti dell’album. O almeno così spero…

OkGo, Artic Monkeys… molte band hanno saputo cavalcare l’onda della rete, del tam tam telematico e della diffusione dei mezzi informatici per giungere in maniera capillare a tutti i fruitori. Secondo te, questo è un fenomeno duraturo o è destinato a spegnersi?
È una faccenda complicata: ci sono molti musicisti là fuori e molti di loro si fanno conoscere attraverso Internet. Io non navigo così spesso, ma quando lo faccio, vengo a sapere molte cose su molte persone diverse e a volte è difficile, mi sento sovraccaricato e mi disconnetto dopo cinque minuti. Stiamo arrivando a un punto in cui tutti conoscono qualcosa di chiunque e questo fenomeno, in una certa maniera, svaluta l’idea stessa di conoscere qualcuno. Ma voglio dare fiducia alle persone e pensare che tutti saranno abbastanza svegli da capire cosa merita il successo e cosa no: alcuni saranno più selettivi, altri meno, altri ancora avranno la possibilità di cambiare opinione un giorno sì e un giorno no rispetto a un progetto. Chissà. Dato che c’è una tale diffusione – e allo stesso tempo dispersione – di informazione e intrattenimento, in ogni momento c’è qualcuno che entra in possesso di nuovi contenuti e qualcun’altro che li sta cercando, senza che nessuno smetta mai di voler essere intrattenuto, in un modo o nell’altro. Persino in questo momento qualcuno potrebbe scoprire il nostro album, che non aveva mai sentito nominare prima. È una ruota che gira.

Sii sincero: va bene il tam tam, vanno bene il blog e la rete, ma per esplodere veramente non credi che un gruppo abbia bisogno del benestare di un magazine conosciuto?
Nel nostro caso, c’è da dire che non siamo esplosi in nessun punto in particolare. Molti non sanno che anche prima stavamo facendo abbastanza bene, a New York. Poi, quando abbiamo registrato l’album, anche la gente fuori da New York è arrivata a conoscere qualcosa di più del progetto Clap Your Hands and Say Yeah. Quel che è successo dopo è che le riviste e i siti web hanno cominciato a diffondere in tutto il mondo l’opinione che si era fatta – o non si era fatta – chi ci aveva ascoltato. Da lì è arrivato tutto il resto. È stata una progressione abbastanza isterica: non è che stavamo suonando per due o tre persone in un club e improvvisamente abbiamo pubblicato un album e tutti hanno pensato: “Wow, questi sono il fenomeno del momento”.

Abbiamo parlato della nuova distribuzione: indipendente, libera, fruibile… Ma la produzione, invece? È sempre legata agli antichi canoni di saletta-prove/sala di registrazione?
Ad essere cambiati sono i metodi di produzione e i mezzi di comunicazione, non la produzione. Certo, si potrebbe parlare di come certe tecniche di produzione si stiano modificando e allora dovremmo entrare nel grande dibattito digitale-analogico. Ma non è questo il punto. Voglio dire: la tecnologia progredisce, cambia sempre. Per quanto mi riguarda, ho uno studio a casa mia, a Philadelphia, e da lì lavoro su tutte le canzoni. Quel che è successo con l’album e che è io ho registrato musica per sette o otto anni, quindi ho portato una serie di idee iniziali alla band, a New York, dove vivono gli altri ragazzi; lì abbiamo deciso la direzione che queste idee avrebbero dovuto prendere per essere incluse in un album, che poi è “Clap your hands and say yeah”; alla fine siamo andati in studio e abbiamo registrato le canzoni. L’uscita dell’album è stata la conclusione naturale di tutto questo processo. Sinceramente, non so se c’è qualcuno lavora in modo diverso: d’altra parte, questa è la mia prima band, il mio primo progetto, il primo album che vendo in tutto il mondo.

Cosa ne pensi dell’acquisizione della Alternative Distribution Alliance (ADA) da parte della Warner? Pensi che la distribuzione indipendente faccia paura alle major?
Può darsi. In effetti, il problema delle major è che non creano senso di appartenenza e allora, con la speranza di darsi un tono, si mettono a collezionare nomi e nient’altro. Con questo sistema, i musicisti hanno sempre il coltello dalla parte del manico: possono decidere di far divertire un certo pubblico o, viceversa, di non farlo. Oggi, non c’è bisogno di un’esagerata quantità di denaro per fare un album e neppure dell’appoggio di qualcuno che ti faccia da politico, che in poche parole è quel che molte etichette di dischi facevano in passato. Oggi, i musicisti possono cavarsela da soli. E questo è esattamente ciò che fanno. Il nostro primo album ne è un esempio lampante.

Parafrasando Warhol, potremmo dire che“Nel futuro saremo tutti famosi per quindici persone”: si vanno definendo, infatti, fenomeni di nicchia, generi musicali sempre più particolari, micro-celebrità ignorate fuori dal loro ristretto gruppo di seguaci. Cosa pensi di tutto questo?
Ho un aneddoto a riguardo. Prima della band, mi ricordo che mi esibivo da solo, ogni giovedì, in un club di Philadelphia. Nel locale ci stavano cinquanta persone o giù di lì, e tutti erano entusiasti e c’era gente che continuava a venire e venire ancora. Si era costruita questa specie di fama intorno a me e alle mie canzoni, una fama che probabilmente non valeva niente fuori da quella zona. Insomma, io ero effettivamente una star, ma solo lì. Bene. Lo stesso succede dappertutto e per qualsiasi cosa: la gente sarà sempre attratta da alcuni aspetti dei musicisti poco noti e delle piccole band. Non c’è niente da spiegare: succede e basta.

Ora affrontate il grande scoglio della seconda prova: si sa che il sequel, il capitolo due, è sempre la parte più difficile. Com’è l’approccio ad un album senza le difficoltà e i vantaggi degli inizi?
Non penso che ci sia nessuna pressione al momento di pubblicare un secondo album o in generale un lavoro che ne segue un altro che ha riscosso un gran successo presso il pubblico. Non chiedo mai alle persone di apprezzare ciò che faccio e mai lo farò. Esce il mio secondo album? Bene, io non ho aspettative su quel che ne penserà la gente: se gli piace bene, se no fa lo stesso. Non sono un politico e non ho nessuna intenzione di andare porta-a-porta a dire: “Sul serio, dovresti ascoltarlo, perché io ho davvero qualcosa da dire”. Preferisco lasciare giudicare gli altri.

Adesso che la band ha raggiunto il successo, puoi permetterti di viaggiare molto e di guadagnarti da vivere con la musica… E se tutto questo un giorno dovesse finire?
Fa lo stesso: non so se sia meglio fare musica per lavoro oppure tornare al mestiere che facevo prima e suonare solo alla sera. D’altra parte, non ho niente da perdere. Finché raggiungiamo un certo numero di persone per un certo periodo di tempo, bene. Poi magari caleremo o magari no, resteremo in alto. Questo è il modo in cui funziona tutto il mondo della musica: un giorno sei sotto ai riflettori, il giorno dopo al buio, un giorno ancora sotto ai riflettori, il giorno dopo ancora al buio. Forse il nostro destino è essere famosi per quindici fan. Sempre quindici, ma gente diversa: e allora Clap your hands and say yeah suonerà una settimana per quindici fan in Tailandia, la settimana dopo per quindici fan in Alaska, quella dopo ancora per quindici fan in Texas. A dire il vero, non riesco neanche a pensare cosa succederà. Sì, è interessante ma è anche impredicibile, come provare a capire che tempo farà domani.

Dello scrivere (pulizie di stagione)

Sunday, January 7th, 2007

Rimettendo mano a vecchi file dimenticati ho ritrovato un’intervista (credo del 1997 o 1998) che feci a un giovane scrittore italiano – allora esordiente e oggi penna affermata – ma che non vide mai la pubblicazione.
Per pudore e rispetto non vi dirò di chi si tratta, ma mi ha colpito molto rileggere questa sua affermazione dopo così tanti anni. Credo valga la pena riportarvi almeno queste poche righe, indipendentemente da chi è l’autore che ha pronunciato le frasi che seguono…

“[...] Io, se non scrivo, mi sento male; ma ogni volta perdo l’occasione per buttare giù quattro righe, perché non ho preso la costante abitudine di portarmi dietro quotidianamente un blocco per gli appunti, anche solo una manciata di fogli disordinata e una penna che non ti abbandoni nel momento di massima ispirazione. Vorrei campare scrivendo, eppure non ha ancora preso questa semplice quanto elementare abitudine. Così mi porto dietro le frasi per delle ore intere, le mastico lentamente, le sorseggio come se fossero alcool, le inspiro come le mie sigarette, nell’attesa di potermi ritrovare davanti alla tastiera del mio computer, sperando che mi escano dettate dai polapatsrelli delle mie dita così nitide e precise come mi si erano impresse nel cervello, cosa che non avviene mai.
E allora leggo ripetutamente quello che scrivo, e ogni volta che lo rileggo mi piace sempre di meno, forse perché non è esattamente come la prima volta che mi si è formato sotto la lingua; già, perché è lì che stagnano le frasi giuste, quando dal cervello sono pronte per uscire tramite la tua voce, ma tu le soffochi e le nascondi, abbeverandole ogni tanto con la saliva, coccolandole, scongiurando e promettendo a te stesso di non inghiottirle, di non lasciarle affogare nell’acido gastrico e di non mandare tutto, come sempre, in merda [...]”.

Una faccia simpatica

Wednesday, February 22nd, 2006


Questa intervista è stata pubblicata su Festivalbar.it l’8 febbraio 2006.
Ve la riporto integralmente.

Gavin Degraw: Da New York alla conquista del mondo

Gavin DeGraw è un vitale, magnetico, giovane artista il cui abbondante talento e carisma sono già ben noti nel giro dei club di New York. Un grande successo olteroceano che ora si sta estendendo anche all’Europa e all’Italia in particolare dove ha già toccato i vertici delle nostre classifiche. E DeGraw celebra il primo anniversario dall’uscita del suo album d’esordio con un re-packaging limited edition, acustico e dal vivo: Chariot “Stripped”. Questo progetto, ha permesso a Gavin di registrare la sua collezione di 11 canzoni con la stessa tenera passione con la quale ha composto originariamente quei pezzi. La sessione di due giorni di registrazione al Dumbo Studios di NYC, ha catturato appieno l’energia grezza delle sue performance dal vivo e include anche come bonus track la sua appassionata riedizione di “Change Is Gonna Come” di Sam Cooke. In un tempo record, le esibizioni dal vivo di DeGraw, così intense, intime ed emozionanti, hanno fatto di lui uno degli animatori più ricercati della scena musicale della downtown di Manhattan, costruendo un seguito tale da accrescere continuamente l’attesa per il suo primo album in studio.
L’abbiamo incontrato a Milano per la promozione dell’album. Ecco cosa ci ha raccontato…

Gavin, perché hai pubblicato a così breve distanza due versioni dello stesso disco?
In America era uscita la prima versione dell’album, quella singola, e poi ero partito per il tour. Dal vivo mi sono accorto che i fan avrebbero voluto delle registrazioni live. Così ho parlato con i miei manager e abbiamo deciso di pubblicare qualcosa di più istintivo in un secondo cd live in studio che però fosse grezzo, proprio come durante un concerto.

Studio e palco: cos’è per te stare di fronte al pubblico?
Durante le esibizioni la musica diventa più intensa, mascolina, ruvida e l’impatto con il pubblico mi trasmette una grande carica e energia. Prima che musicista sono un ascoltatore e fruitore di musica, per cui cerco di riportare nei miei concerti quello che mi aspetto da un altro musicista.

Hai registrato il tuo album a Los Angeles: perché?
Non è stata una mia decisione ma del produttore che voleva allontanarmi dagli amici, dai familiari, dalla vita di tutti i giorni in modo da potermi concentrare esclusivamente sul lavoro che stavo facendo. Io sono stato d’accordo e così ho trascorso tre mesi a Los Angeles che è una città incredibile; un po’ troppe autostrade e troppi talk-show alla radio, ma le persone e i musicisti sono incredibili. E poi hanno una mentalità e un approccio diverso nelle registrazioni dei dischi. Lì c’è molto più rispetto. Per il secondo cd, quello acustico, volevo invece in qualche modo rivoluzionare l’album già esistente. Volevo fare una sorta di Neil Young che incontra Norah Jones in uno stile di registrazione 67/68, dare alla gente un’altra prospettiva su come sono io musicalmente. Per questo lo abbiamo registrato a NYC perché è lì che mi sento più a mio agio. Ogni musicista presente in questo disco ha suonato con me nei concerti acustici e sapevo che ognuno di loro avrebbe fatto la differenza. Abbiamo suonato tutti insieme per queste registrazioni, nello stesso momento, nella stessa stanza. L’album già in circolazione era un assaggio di me a LA mentre questa è la versione ‘spogliata’ di me a NYC.

Quali sono le sue influenze musicali?
Ho ascoltato musica fin da quando ero piccolo. Tra i miei artisti preferiti ci sono Bruce Hornsby, Beatles, tutti gli ‘eroi del piano’, da Billy Joel a Elton John, da Ray Charles a Sam Cooke e Freddy King e poi molti altri. In particolare di Billy Joel mi piace la classe, lo stile e i suoi testi. L’ho incontrato giusto una settimana fa e mi ha fatto i complimenti, è stato emozionante.

Oggi la musica segue canali differenti, come i videoclip o le suonerie. Cosa ne pensi?

E’ tutta uan questione marketing e music business, ma ogni artista alla fine resta concentrato su quello che fa, mentre tutto il resto è contorno. Se poi la mia canzone diventa una suoneria telefonica, beh è un inizio, un primo passo, non mi dà fastidio. Non penso che una canzone di successo possa cambiare l’essenza di un disco, al contrario può aiutarlo ad avere una vita.

Stai già lavorando al nuovo album?
Sì, sono appena agli inizi. Sto scrivendo delle cose ma non ho un’idea precisa di come sarà il suono di questo album. Di sicuro avrò un budget più alto per registrare e al momento non ho pressioni sui tempi. Sono tranquillo insomma. Di certo il disco sarà più energico e più ritmato.

Avresti mai pensato di ritrovarti in Italia?
Sono sorpreso, è la mia prima volta e come tutti adoro il cibo italiano. Non avrei mai pensato che dai piccoli club e dalla metro di New York sarei finito in giro per il mondo.
(gabriele lunati)<—d60629fcbf38c5b7f7af1dc885c89187—>

Da New York al pianeta terra

Sunday, January 29th, 2006


L’originale di questo articolo è stato pubblicato il 2 gennaio su Del Rock. Lo trovate QUI.

Cari, vecchi Strokes. Sembra ieri che sono diventati famosi eppure è passata un’eternità secondo il calendario bizzarro e schizofrenico della storia del rock. I tempi sono un po’ cambiati e ora la stampa di mezzo mondo rovista un po’ meno nella loro vita privata e li lascia liberi di crescere ed evolversi musicalmente, distratta com’è ad inseguire giovani band e nuovi fenomeni su cui speculare.

Rieccoli quindi, più alla mano e disponibili del previsto, senza modelle o attrici famose al seguito, ma sempre così trendy da essere davvero irresistibili. I cinque rockers newyorkesi arrivano perfettamente in orario alla conferenza stampa il giorno dopo l’unica data milanese. L’atmosfera è surreale e ci si chiede perché intervistarli al Just Cavalli Cafè di Via della Spiga a Milano, avvolti da specchi che fanno venire le vertigini mentre fuori la città impazzisce di colori la settimana prima di Natale.

«Volevamo un album che suonasse in maniera differente dai precedenti» dicono in merito a First Impressions Of Earth. Probabilmente è questo il motivo che giustifica la scelta di cambiare il produttore a lavori già iniziati, passando dallo «storico» Gordon Raphael, ancora presente in tre tracce, a David Kahne. La differenza tra i due ce la racconta lo stesso Julian Casablancas, voce della band: «Per Gordon andava sempre tutto bene, contava solo la sintonia che c’era tra di noi. Con David invece l’approccio al lavoro è molto più pragmatico e operativo. Del resto è un professionista esperto, un tecnico, ha prodotto molti dischi e conosce a perfezione i migliori studi di registrazione. Questo vuol dire che anche da noi si aspettava e pretendeva un certo livello di professionalità: cosa che ovviamente ha creato qualche tensione, in particolare quando qualcuno di noi si presentava svogliato o poco in forma alle session».

Questo per la band ha significato restare in studio più a lungo del previsto e ritrovarsi più volte a registrare singole tracce perché David ha voluto a ogni costo tirare fuori il meglio di loro. Forse ci è riuscito, forse no, resta il fatto che questi nuovi Strokes sembrano più maturi e anche più consapevoli di dove vogliono arrivare. Tanto da ammettere di stare ancora cercando di capire chi sono e di scoprire il loro vero potenziale. Questo implica non essere soddisfatti al cento per cento del lavoro appena realizzato, pur essendo consapevoli di esserci quasi arrivati.

Una cosa è certa: l’album è appena uscito e le prime impressioni di quanti ne hanno ascoltato alcune porzioni spaziano da «Il più variegato album che gli Strokes abbiano mai registrato» (lo scrive Mojo) fino a «più intenso e più gigantesco di qualunque cosa fatta in precedenza» (Blender).

Vero è che in tutto il mondo è stato anticipato quest’autunno da un singolo, “Juice Box,” accompagnato da un video malizioso – ma c’è di peggio in giro – che Mtv ha deciso persino di censurare. Il fatto ha scatenato un mezzo affare di stato, ha fatto arrabbiare non poco Nick Valensi e soci e ha portato la band a interrogarsi sulla necessità o meno di spendere ancora così tanti soldi per un video per poi vederselo massacrato: «uno spreco di denaro e di energia», parole loro.

Quanta saggezza, verrebbe da dire. E c’è pure tempo per parlare di politica. Già perchè una domanda su Bush, a dei newyorchesi doc, sembrava una cosa quanto mai inevitabile. «Bush non ci piace – dice Julian – ma il problema non è solo lui, ma tutta quella rete e quel sistema di aziende che lo sorreggono e lo manipolano in nome del dio denaro».

«E pensare che ho scelto il ruolo di batterista proprio per evitare di rispondere a domande come questa! – interviene Fabrizio Moretti – Scherzi a parte, agli amici italiani chiedo sinceramente scusa per quello che sta facendo la nostra amministrazione. Credeteci, in America siamo in tanti a pensarla così e a non essere d’accordo con Bush».

Stop, fine, o quasi: la band va di fretta, li aspetta un volo per Madrid ma c’è il tempo per una sigaretta veloce fuori dal locale. Sempre Moretti ci confida quanto gli manchino i suoi luoghi d’origine, la terra di suo padre e di suo zio, il cibo, il vino e i bei posti. Proprio lui che in conferenza stampa ha dichiarato di amare New York come non mai e di ritenerla una città unica al mondo. L’appuntamento è solo rimandato alla prossima data: Fabrizio vuole tornare a Torino a mangiare e bere bene. Chi si offre di accompagnarlo?

Gabriele Lunati

Post scriptum: della stessa intervista trovate

Una versione “domanda e risposta” pubblicata su PlayRadio.it il 4 gennaio

E, solo con leggere modifiche, anche su Festivalbar.it, strillata dalla mattina del 9 gennaio

Siamo gli Oasis, non credete a tutto il resto!

Wednesday, November 30th, 2005

Liam, Noel e soci sono tornati e ci raccontano il nuovo album “Don’t believe the truth”
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 23 maggio 2005)

Colin Murray scriveva che gli Oasis hanno sempre dato il meglio quando non gliene fregava niente, cioè ogni volta che Noel scarabocchia canzoni che non vogliono rappresentare il mondo e Liam tira fuori una passione che non ha rivali in altri cantanti rock.

Forse è per questo motivo che con questo album sembrano pronti per una rinascita gloriosa a tutti gli effetti; perché in ogni traccia si respira quell’aria genuina dei primi tempi, quando cantavano al mondo la loro voglia di essere ed emergere, beati e spacconi.

Sono tornati: in mezzo dieci anni di album, fiumi di parole, scandali, cambiamenti di formazione, eppure ora, finalmente, li ritroviamo a cantare e suonare esattamente come avremmo voluto.

In via del tutto eccezionale hanno incontrato la stampa in formazione completa il giorno prima della data milanese. I ragazzacci sono un po’ avidi di parole: tutto quello che hanno da dire lo mettono nell’energia e nell’ispirazione delle loro canzoni…

L’ultima volta che avete suonato in Italia, all’Heineken Jammin’ Festival, Liam era da solo. Cosa è sucesso veramente?
“Beh, no, c’erano molte persone con Liam! Comunque nulla di strano, ci siamo solo scambiati un po’ di parole forti e basta. Tutto qui”.

Quante cose sono cambiate in dieci anni di brit-pop?
“Se ci guardiamo intorno non è che siano rimaste molte band; diciamo che le abbiamo sbaragliate tutte nel frattempo!”.

Una volta Noel disse in tv che non eravate contenti del successo ottenuto ma che volevate ancora di più. E ora? Siete soddisfatti?
“Sì, bisogna essere felici, anche solo per il fatto di essere ancora qui dopo dieci anni. Siamo in una fase di estasi per quello che abbiamo, anche musicalmente: forse è per questo motivo che il nuovo album è probabilmente il migliore mai fatto sino ad ora”.

E della rielezione di Blair che cosa ci dite?
“Oh, beh, è un’ottima cosa, ne siamo sicuri”.

C’è un motivo particolare che ha ispirato il titolo dell’album, “Don’t believe the truth”?
“Mentre lo registravamo in studio tutti fuori parlavano o scrivevano sul fatto che ci fosse voluto così tanto tempo per riascoltare un disco degli Oasis… una cosa tipica di certa stampa scandalistica. E così è nato il titolo, da un gioco di parole intorno a questa situazione”.

Di cosa parla esattamente “Part of th Queue”?
“Beh, non parla ovviamente nello specifico di andare a comprare il latte come il titolo suggerisce, ma di come si vive in una grande metropoli. L’idea è venuta in mente a Noel mentre era in coda per fare la spesa a un supermercato”.

La presenza alla batteria di Zack Starkey, figlio di Ringo Starr, è un sottile omaggio ai Beatles? Ne sottolinea un incosciente legame definitivo?
“Noi conoscevamo Zack da anni e lui stesso si è proposto a noi nel momento esatto in cui avevamo bisogno di un nuovo batterista. Il fatto che fosse figlio di Ringo è stato interessante la prima settimana, poi basta”.

Ora affronterete un lungo tour, e dopo cosa vi aspetta?
“Chi può dirlo? Scriveremo nuove canzoni, vedremo chi far fuori, spenderemo soldi, cose così...”.

Dopo questo album scade il contratto con la vostra casa discografica. Avete intenzione di rinnovarlo, da entrambe le parti?
“Non so se possiamo parlare di questa questione, è un argomento delicato. Credo che, invece che con la Sony, firmeremo con il Chelsea! Sai, noi amiamo il football!”.

Cosa pensate del fatto che qualche settimana fa il vostro album fosse già disponibile illegalmente su Internet?
“Oh, beh, non ne capiamo molto di queste cose, non siamo degli appassionati di informatica…”.

E del fatto che su iTunes Germania il vostro album sia stato messo in vendita in anticipo per uno sbaglio di data (3 maggio invece che il 30, NDR)?
“Nulla da dire. I tedeschi hanno sempre avuto dei problemi con noi inglesi!”.

Gabriele Lunati<—32a9f5eed5d59c8a43ce2ab91f6a4398—>

Il Nucleo: “l’amore cantato a modo nostro”

Wednesday, November 30th, 2005

La band emiliana ci parla del nuovo album “Essere romantico”, nei negozi dal 13 maggio
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 13 maggio 2005)

Il Nucleo lo avevano già dimostrato con il primo album Meccanismi e con “Sospeso”, fortunata hit dell’estate 2003; questi ragazzi ci sanno fare e hanno idee chiare, suoni internazionali e raffinati, testi profondi e melodie che ti entrano dentro senza mai essere banali, anzi.

Una band emiliana che, dalla provincia reggiana, avrebbe tutte le carte in regola per andare alla conquista di un mercato europeo; già, perché non hanno proprio nulla da invidiare a certi nomi affermati del panorama musicale. Se avete già ascoltato il nuovo singolo, “27 aprile”, sapete cosa intendiamo.

In un torrido pomeriggio milanese, ecco cosa ci hanno raccontato…

Partiamo subito dalle vostre canzoni, dai testi in particolare, ricchi di emozioni e sensazioni. Insomma, rock e poesia…
“Innanituttto dobbiamo ringraziare la nostra terra, perchè le immagini dei testi derivano da ricordi della nostra infanzia nella campagna reggiana. Sono le immagini di un mondo visto con gli occhi di un bambino che ti rimangono dentro per tutta la vita e diventano quasi un rifugio per estraniarsi dalla vita quotidiana”.

Ci raccontate genesi e storia di “27 aprile”, il primo singolo estratto dall’album?
“E’una data simbolica che per noi ha anche un significato nascosto; è il giorno preciso della scelta di una persona che vuole cambiare registro a un certo punto della vita. E’la storia di due persone, un uomo e una donna, che decidono di dare una svolta al loro rapporto”

Tre brani che voglio prendere come esempio della vostra musica: “Riflessi d’ambra”, il brano migliore dell’album, la title track, che ha tutte le potenzialità del nuovo singolo e “L’ultimo uomo sulla terra”, il più ermetico, e il cui testo lascia spazio a moltelpici interpretazioni… Ce ne parlate?
“’L’ultimo uomo sulla terra’ è il pezzo nel quale abbiamo cercato più di tutti di sperimentare; pensa che quando lo abbiamo composto non avevamo ancora idea della forma che avrebbe preso l’album. E quando si sperimenta vai da tutte le parti e da nessuna e, in effetti, il risultato è abbastanza contradditorio e unico, un mix di elettronica e rock, tra angoscia e timore. Per ‘Riflessi d’ambra’ vale quanto detto nella prima risposta e non vediamo l’ora di suonarla dal vivo perché si presta molto, ha un finale con un’attitudine molto rock. ‘Essere romantico’ ci sembrava la canzone più adatta a fare da ponte tra questo album e il precedente ‘Meccanismi’; e poi in questo disco c’è una presenza continua del tema dell’amore raccontato a modo nostro, per cui il pezzo sembrava l’ideale per dare il titolo all’album intero”.

Dai suoni si percepisce un percorso alla ricerca di un sound particolare e personale. E’ così? E del vostro consolidato rapporto con Luca Pernici cosa ci dite?
“Nella ricerca del suono di questo disco siamo stai influenzati da un anno intero passato on the road, suonando nelle piazze e nei club e proprio in quel contesto sono nate i nuovi brani; abbiamo sentito quindi un bisogno naturale di comporre canzoni più fisiche, più ‘suonate’ e la cosa ci ha portato maggiormente verso il rock, anche se restiamo degli amanti dell’elettronica così come il nostro produttore che è un dj e ha un’attitudine innata ai suoni elettronici. E comunque è stato Luca ha insegnarci ad ascoltare i dischi in modo più profondo e dai nostri ascolti ha capito dove volevamo arrivare”.

Non mi va di fare paragoni o confronti, ma se proprio dobbiamo farli vi metterei vicini a Coldplay e Radiohead: i vostri ascolti sono indirizzati su questa strada o ci sono altre influenze musicali?
“Beh, ci sembra un paragone lusinghiero e anche un po’ esagerato. Il loro risultato artistico è a un livello tale a cui noi non arriveremo mai. Di certo sono due gruppi che ci hanno influenzato, hanno cambiato il modo di fare musica. Diciamo che il nostro è un disco italiano che cerchiamo di non far suonare italiano!”.

Il Nucleo dal vivo: nel 2003 il Festivalbar, nel 2004 il Cornetto Free Music, prima e dopo parecchi concerti. Siete a tutti gli effetti una live band, per fortuna. Vi attende un lungo tour?
“Assolutamente! Noi siamo una live band e in alcuni periodi, come ti dicevamo prima, siamo stati in tour anche per parecchi mesi. Non vediamo l’ora di ricominciare; il musicista deve suonare e noi vogliamo suonare!”.

E infine, parliamo di web: il vostro sito è molto curato e aggiornato. Pare proprio che ci teniate molto a usarlo come mezzo di comunicazione con il vostro pubblico. Qual è il vostro rapporto con Internet?
“Noi siamo appassionati di Internet e abbiamo provato sin dall’inizio a curare direttamente il nostro primo sito. Il forum, ad esempio, è di certo uno strumento fantastico per restare in contatto con i fans. E poi il bello di Internet è quello di poter mettere a disposizione di tutti cose non fruibili in altro modo, come backstage, versioni acustiche o live dei brani”.

Gabriele Lunati

Morgan: “De André è patrimonio comune”

Wednesday, November 30th, 2005

Emozioni e parole intorno al remake di “Non al denaro, non all’amore nè al cielo”
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 13 maggio 2005)

Come al cinema, forse è giunta anche nella musica la stagione dei remake. Questo è ciò che si augura Marco Castoldi, in arte Morgan, con il suo rifacimento di Non al denaro non all’amore né al cielo, disco cult di Fabrizio De André con cui nel nel 1971 il cantautore genovese rese omaggio all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, complice un giovanissimo Nicola Piovani, allora compositore esordiente.

“L’idea nasce da me, anche se ho scoperto che era da sempre un desiderio di Morgan” – ci dice Dori Ghezzi all’incontro con i giornalisti organizzato presso la sede della Fondazione De André a Milano – “Sentivo l’esigenza di tenere in vita questo disco e all’inizio avevo pensato a un’opera teatrale. Poi ho visto Morgan suonare dal vivo alcune di quelle canzoni a Roma e mi sono convinta che sarebbe stato bello farne anche un disco nuovo. Gli ho lasciato carta bianca e il risultato mi ha entusiasmato”.

“Volevo in qualche modo cristallizzare quello che De André aveva fatto, trattando il suo disco come credo si debba fare con un’opera d’arte musicale”, riprende Morgan. “Ho fatto in parte quello che si fa nella musica classica quando si eseguono delle partiture ben defintie, senza alterarne le note, rispettandone la scritture. Ma tramite Nicola Piovani abbiamo scoperto che le partiture originali erano purtroppo irrecuperabili A quel punto ho capito che avrei dovuto trascriverele. Prima facendo leva sulla mia memoria, poi riascoltando attentamente il disco di Fabrizio. Rispetto all’originale non ho tolto nulla, anzi. Ho amplificato gli elementi di musica barocca aggiungendo Bach, Pachelbel, Vivaldi e, in coda, una ripresa del tema iniziale proprio per sottolineare il senso di ciclicità dell’opera: che è anche della vita e della morte, i temi centrali del disco, del resto”.

In un’intervista che De André rilasciò a Fernanda Pivano, prima traduttrice dell’antologia nel 1941, ai tempi dell’uscita del suo disco, Fabrizio confessava di aver trovato molti elementi autobiografici in quei personaggi. E’ successo anche a Morgan?
“Certamente, anche a me è successo di ritrovarmici, anche nei personaggi più cattivi, persino nel giudice nano. Come Fabrizio e Masters stesso, credo, mi identifico di più però nel suonatore Jones e nel matto, le uniche figure risolte e soddisfatte del disco. Uno è il musicista e l’altro è il poeta, coloro che vivono secondo la loro volontà e a cui tocca il compito di narrare i personaggi e le storie. Segui il tuo demone e sarai felice, insomma, segui te stesso: questo è il messaggio del disco, lontano dalle logiche attuali che vedono la cultura e l’istruzione solo come strumenti per lavorare un domani”.

In qualche circostanza nell’interpretazione di Morgan sembra di scorgere un filo di emozione e di partecipazione emotiva in più rispetto a quella di De André...
“Se così è, è un mio limite e me ne dispiaccio. Non volevo far passare la mia emozione, per questo ho tanto ammirato lo stile di De André: terso e asciutto come quello di un reporter o un narratore che espone i fatti nudi e crudi”.

Di certo non si può dire che sia un disco di cover….
“Cover signfica coprire e se vogliamo giocare con le parole, questo è piuttosto un disc-cover, un disco che scopre, che dissotterra, che scoperchia: come si fa con le tombe che popolano la collina di ‘Spoon river’. Sto lavorando anche a una ritraduzione dall’italiano all’inglese, basata sull’originale di Masters come sugli adattamenti di De André, una sorta di traghettazione dell’opera da un luogo e da un tempo all’altro. Infatti alcuni pezzi dal vivo li canterò in versione bilingue… Poi spero che il processo continui, passando magari il testimone a qualcun altro. Questo disco per me è un’opera sociale, un patrimonio comune e quindi deve essere di pubblico dominio. E’ musica di tutti, non un’opera aristocratica. Per questo mi sono sentito nel pieno diritto di fare quel che ho fatto. Certo il concept album è desueto in un’epoca di frammentazione come questa. Ma i personaggi di Spoon River, i temi umani e sociali che introducono sono attualissimi: per questo spero che il disco venga ascoltato soprattutto da chi ha orecchie vergini e non conosce l’originale”.

E dopo De André, che succederà?
“Con questo disco penso di chiudere la mia trilogia dell’invecchiamento precoce. Tornerò di nuovo giovane, lo prometto, a meno che Dori e la fondazione mi ripropongano di ricreare anche ‘Tutti morimmo a stento’, che era l’altra mia possibile scelta iniziale…”.

Gabriele Lunati<—aa899cf9e5ea1cf89cb32c73ad0c8ebc—>

Velvet: dieci motivi per ascoltarli…

Wednesday, November 30th, 2005

...e amarli. Dopo l’eliminazione a Sanremo il successo del pubblico, un album nuovo e un lungo tour
(originariamente pubblicata su Virgilio Musica, 5 maggio 2005)

I Velvet nascono artisticamente a Roma nel 1998 e scelgono per la loro band il nome del locale nel quale sono soliti ritrovarsi. Quello che viene dopo è storia nota, ricca di successi radiofonici e non e un vasto riscontro tra la gente.

L’autunno scorso l’album della maturazione, “10 Motivi” e l’imperdibile occasione di fare da supporto agli scozzesi Franz Ferdinand. Poi Sanremo 2005, un’eliminazione molto discussa, ma anche un grande successo di critica e pubblico che ora li attende in tour per tutta la penisola.

Iniziamo subito con una domanda classica: come è cambiata la vostra musica dai tempi del primo successo “Tokyo Eyes” (estate 2000)?
“Sono cambiate tante cose. Intanto sono passati cinuqe anni e ti assicuro che pesano anche sull’età. Scherzi a parte, crediamo di essere cresciuti molto sotto il profilo artistico”.

Ma non vi ha dato fastidio in questi anni essere definiti una boy band?
“All’inizio la cosa ci infastidiva parecchio perchè ci sentivamo addosso un vestito assolutamente non nostro, ma con il passare del tempo le persone hanno capito che quella era soltanto una canzone ironica e soprattutto una canzone POP nel termine nobile della sua definizione. Dopo ‘Cose Comuni’ e soprattutto Dieci Motivi credo che i nostri fans e tutte le persone che in qualche maniera hanno potuto ascoltarci si siano rese ben conto che la nostra musica sia una cosa totalmente differente da quel tipo di band… se band possono essere chiamate”.

E il successo quasi improvviso? Come lo avete gestito? Tipo cosa si prova a passare per strada e a sentire canticchiare un proprio pezzo?
“All’inizio eravamo abbastanza imbarazzati, ma con il tempo ci fai l’abitudine. La cosa più importante è che non ci siamo mai sentiti al di sopra di nessuno, ci sentiamo come tutti gli altri con la fortuna di poter comunicare con la nostra musica”.

Certo che nessuno si sarebbe aspettato di sentirvi fare la cover di “Search and Destroy”... Come è nata l’idea?
“Perchè nessuno se lo aspettava? Chi conosce il nostro background musicale sa che siamo amanti di un certo tipo di musica. Search And Destroy sicuramente rappresenta il nostro stato d’animo di questo periodo… molto rock’n’roll! Ci piace e ci diverte tanto giocare con le canzoni di altri gruppi, come abbiamo fatto con i Radiohead, Charlatans, Duran Duran e sicuramente continueremo a farlo con altre band che ci hanno caratterizzato musicalmente”.

Passiamo a Sanremo: il pezzo proposto ha dimostrato tutto il vostro talento e l’eliminazione è stata definita scandalosa da più parti. Un commento sul Festival?
“Per quanto ci riguarda il Festival è stato un avvenimento molto, molto importante perchè abbiamo avuto la possibilità di poter far ascoltare una canzone come Dovevo Dirti Molte Cose a tante persone. Per quanto riguarda l’eliminazione, noi non l’abbiamo trovata del tutto scandalosa perchè eravamo coscienti che la giuria poteva trovarla un pò pretenziosa o difficile e sinceramente siamo rimasti estremamente colpiti dall’entusiasmo che la critica ha espresso nei nostri confronti. Poi sinceramente è molto più importante il giudizio del pubblico che quello della giuria…e il pubblico si è dimostrato dalla nostra parte”.

Il vostro sito web è molto curato e contiene molti spunti e contenuti interesanti per un fan. Che rapporto avete con Internet?
“Abbiamo un ottimo rapporto con Internet e soprattutto con il nostro sito (www.velvetband.it) che teniamo costantemente aggiornato. Abbiamo un rapporto molto stretto con i nostri fans, leggiamo TUTTE le mail che ci scrivono e rispondiamo a molte, appena gli impegni ce lo permettono. Spesso ci colleghiamo sui siti di band nuove con la speranza di riuscire ad ascoltare canzoni in streaming per poi decidere se eventualmente acquistare un cd. Lo riteniamo un modo molto corretto e importante per dare occasione a chiunque di scoprire nuove realtà. Per questo siamo contenti che ci siano spazi in cui è possibile parlare del nostro lavoro artistico sul web, perchè l’immediatezza di questo mezzo di comunicazione ci permette di raggiungere molte persone ed entrare nelle loro case”.

Vi aspettano una primavera e un’estate in tour, immagino…
“Sicuramente Non vorremmo mai scendere da un palco. Oltre al ‘10 Motivi tour’ saremo protagonisti anche di importanti festival… come l’Heineken di Imola per l’apertura del concerto di Vasco Rossi ed altri ancora da confermare. Stare sul palco è la cosa che amiamo di più e quindi abbiamo deciso di lavorare a calendario aperto, infatti ogni giorno si aggiungono nuove date”.

Gabriele Lunati