Archive for the 'People' Category

Baraghini for President

Sunday, May 7th, 2006

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Anche se la cosa può sembrare un po’ ruffiana, visto che il soggetto in questione è il mio attuale editore, appoggio in pieno la campagna provocatoria dell’amico Sergo Messina per avere Marcello Baraghini come Presidente della Repubblica: un “[...] paladino della libera espressione da quasi quarant’anni, eroe della libertà di parola nel nostro paese [...]”.

Il resto su Fosforo, il Blog di RadioGladio: per un’Italia meno stronza.

Come as you are

Wednesday, April 5th, 2006

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L’8 aprile del 1994, poco prima delle 9 di mattina, il corpo di Cobain venne trovato in una stanza sopra il garage della sua casa di Seattle. Sul suo petto giaceva un fucile calibro 20 con il quale il ventisettenne cantante, chitarrista e autore aveva posto fine alla propria vita.

Da sei giorni non si avevano più notizie di Cobain.

Fu Gary Smith, un elettricista che stava istallando un sistema antifurto nella casa, a trovare Cobain morto. “All’inizio, ho creduto che si trattasse di un manichino” ha raccontato in seguito Smith. “Poi ho notato che c’era del sangue nell’orecchio destro. Quindi ho visto il fucile sul petto, puntato sulla guancia.”

Nonostante la polizia, un’agenzia privata d’investigazione e vari amici lo stessero cercando, secondo il rapporto del medico legale il corpo di Cobain si trovava lì da due giorni e mezzo. Nel sangue vennero rinvenute un’alta concentrazione di eroina e tracce di Valium. Il cadavere venne identificato soltanto grazie all’impronti digitali.

Mark Lanegan, membro degli Screaming Trees e amico intimo di Cobain, dice di non averlo sentito per tutta la settimana. “Kurt non mi ha chiamato” dice. “Non ha chiamato neanche altre persone. Non ha chiamato la sua famiglia. Non ha chiamato nessuno.” Lanegan racconta: “Cercavo Kurt da circa una settimana… Prima che lo trovassero. Ho avuto il presentimento che fosse successo qualcosa di brutto.

Gli amici, la famiglia e i colleghi di Cobain erano preoccupati per la sua depressione e per il suo consumo di droga che andava avanti da anni. “Stavo cercando di dare a Kurt un aiuto professionale da nolto tempo” racconta l’ex manager dei Nirvana Danny Goldberg, oggi presidente dell’Atlantic. Fu comunque solo otto giorni dal ritorno a Seattle di Cobain (proveniente da Roma, dove in marzo aveva tentato il suicidio) che coloro che gli erano vicini si resero conto che era tempo di ricorrere a misure drastiche. Il cantante era andato “fuori di testa”, sostiene un portavoce della Gold Mountain Entertainment, l’agenzia che cura gli interessi dei Nirvana e delle Hole.

Gli amici di Cobain e di sua moglie, Courtney Love, affermano che in quel periodo ci fu un aumento dei litigi familiari, che costrinsero a volte la donna a trascorrere la notte fuori casa per sfuggire al comportamento imprevedibile di Kurt. Cobain aveva addirittura confidato ad alcuni amici di sospettare che lei lo tradisse.

Anche il suo rapporto con i Nirvana era in crisi. Infatti la moglie raccontò a MTV che nelle settimane successive all’episodio di Roma Cobain le aveva confidato: “E’ una cosa che non sopporto ma non riesco più a suonare con loro”. Aveva aggiunto che voleva lavorare soltanto con Michael Stipe dei R.E.M.

Ho parlato molto con Kurt durante le ultime settimane” disse Stipe in una dichiarazione ufficiale. “Avevamo in cantiere un progetto musicale ma non avevamo ancora registrato nulla.”

Il 18 marzo un litigio familiare degenerò quasi in una tragedia. All’arrivo degli agenti di polizia, chiamati da Love, lei disse che suo marito si era chiuso in una stanza con un revolver calibro 38 e aveva detto di volersi uccidere. Gli agenti confiscarono l’arma e anche un flacone di pillole ‘assortite’ e non meglio identificate, che il cantante aveva con sé. Love disse agli agenti dove Cobain teneva nascosta una Beretta 380, una Taurus calibro 38, un fucile semiautomatico e 25 scatole di munizioni; tutto il materiale venne requisito. Quella notte però Kurt disse agli agenti di non aver avuto realmente intenzione di togliersi la vita: il rapporto della polizia descrive l’incidente come una “situazione incerta, con sospetto di suicidio”. Nessuno venne arrestato e in seguito Cobain “lasciò l’alloggio”.

Quattro giorni dopo, la coppia prese un taxi dalla abitazione, situata nel sobborgo Madrona di Seattle, al parcheggio di auto usate American Dream, nel centro della città. Il tassista Leon Hasson, racconta che i due litigarono per tutto il tragitto. Continuando a discutere, Cobain e Love entrarono nel parcheggio. Secondo la versione del proprietario, Joe Kenney, Courtney era fortemente contrariata perché alcuni giorni dopo che i due avevano acquistato una Lexus, il 2 gennaio, Cobain l’aveva riportata indietro. Love voleva quell’auto, ma il marito desiderava qualcosa di meno appariscente. Kenney aggiunse che Courtney appariva piuttosto agitata e che ingoiò alcune pillole mentre si dirigeva verso il bagno.

A questo punto, i familiari, i colleghi dei Nirvana e l’agenzia organizzativa del gruppo avevano iniziato a rivolgersi a degli specialisti per curare i crescenti problemi psicologici e la dipendenza da eroina di Cobain. Uno di questi specialisti era Steven Chatoff, direttore esecutivo dell’Anacapa by the Sea, un centro di terapia comportamentale per il trattamento delle tossico dipendenze e dei problemi. psicologici di Port Huneme, in Caifornia “Mi chiamarono per vedere cosa si poteva fare”, dice Chatoff. “Si stava facendo, su a Seattle. Era in astinenza, in uno stato di confusione completa. E loro temevano per la sua vita. Era in crisi.”

Chatoff iniziò a raccogliere interviste con gli amici, familiari e colleghi di Cobain per pianificare una terapia integrata. Secondo Chatoff qualcuno avvertì il cantante e la procedura venne annullata. La Gold Mountain afferma di aver trovato un altro specialista e di aver detto una piccola bugia a Chatoff per rifiutare educatamente il suo intervento.

Nel frattempo, Roddy Buttom – vecchio amico di Love e Cobain e tastierista dei Faith No More volò da San Francisco a Seattle per prendersi cura di Kurt. “Gli volevo davvero bene” dice Bottum. “Andavamo propio d’accordo. Andai là per stare con lui come amico.”

Anche il bassista dei Nirvana, Krist Novoselic, decise di incontrarsi con Cobain, ma il confronto più violento avvenne il 25 marzo. Quel giorno una decina di amici – tra cui i compagni di squadra Novoselic e Pat Smear, il manager dei Nirvana John Silva, l’amico di vecchia data Dylan Carlson, Courtney, Goldberg e la manager delle Hole Janet Billing – si diedero appuntamento in casa Cobain in Lake Washington Boulevard a Seattle per tentare un approccio differente con un nuovo specialista.

Come previsto dal trattamento Courtney minacciò Kurt di lasciarlo, mentre Smear e Novoselic dissero che avrebbero sciolto il gruppo se lui non avesse accettato un periodo di disintossicazione. All’inizio Cobain fu restio ad ammettere di aver problemi con la droga e sostenne di non aver avuto comportamenti autodistruttivi. Al termine di una seduta di cinque ore circa di tensione, tuttavia, Kurt ammise di essersi lasciato andare, e acconsentì a iniziare un programma di disintossicazione a Los Angeles quello stesso giorno. Poi si ritirò con Smear nella cantina della casa per provare dei nuovi brani.

Una volta all’aeroporto di Seattle, però, Cobain cambiò idea e si rifiutò di salire sull’aereo. Love aveva sperato di convincerlo a partire per Los Angeles con lei, in modo da seguire insieme la terapia di disintossicazione. Invece, salì da solo sull’aereo insieme a Janet Billing (la figlia Frances e una baby sitter la seguirono il giorno successivo.) In seguito ha detto di rimpiangere di aver lasciato Cobain da solo (“Quella stronzata degli anni ‘80 dell’amore ostinato non funzione” dirà solo due settimane dopo in un messaggio registrato in occasione della veglia per Kurt).

Dopo una sosta a San Francisco, Billing e Love volarono a Los Angeles e la mattina del 26 marzo quest’ultima prese alloggio in una suite da 500 dollari a notte del Peninsulal Hotel di Beverly Hills, dove iniziò una terapia di disintossicazione. (La Gold Mountain afferma che si trattava di un intervento per eliminare l’uso di tranquillanti.)

Quella stessa sera, a Seattle, Cobain si recò a casa di un’amica spacciatrice nel quartiere borghese di bohèmien di Capitol Hill. “Dove sono gli amici quando ho bisogno di loro?” chiese alla sua amica, come ha dichiarato lei stessa a un giornale di Seattle. “Perché i miei amici sono contro di me?”

Rimase a Seattle altri cinque giorni prima di acconsentire ad andare a Los Angeles per sottoporsi al trattamento. Prima di partire, si fermò presso l’abitazione di Carlson nell’area di Lake City di Seattle in cerca di un’arma: Carlson, che era stato testimone di nozze al matrimonio del cantante, afferma che Cobain gli disse che c’erano stati dei ladri nella sua proprietà di Madrona.”Sembrava normale… Chiaccherrammo un po’” racconta. “E poi gli avevo già prestato delle armi in precedenza.” Malgrado a Seattle non siano necessari un porto d’armi o un periodo di tempo per l’autorizzazione a usare armi da fuoco, Carlson credette che Kurt non volesse comprare personalmente un’arma perché temeva che la polizia – dopo l’episodio di lite familiare avvenuto solo dieci giorni prima – gliel’avrebbe requisita.

Cobain e Carlson si diressero al vicino Stan’s Shop e acquistarono una Remington modello 11 calibro 20 a sei colpi e una scatola di munizioni, spendendo circa 300 dollari che Kurt diede a Carlson in contanti. “Stava per andare a Los Angeles” dice Carlson. “Mi sembrò un pò strano che comprasse un’arma da fuoco prima di partire, perciò mi offrii di conservargliela finché non fosse tornato.” Kurt, invece, insistette per tenere l’arma con sè. La polizia sostiene che Cobain se la portò a casa e la mise in un armadietto. Fu probabilmente Novoselic ad accompagnare l’amico all’aeroporto. Smear e un dipendente della Gold Mountain lo incontrarono a Los Angeles e lo accompagnarono allo Exodus Recovery Center, nel Daniel Freeman Marina Hospital di Marina del Rey. Cobain aveva già trascorso quattro giorni di disintossicazione presso l’Exodus nel 1992 ma aveva lasciato il centro prima di aver completato la terapia.

Chattoff sostiene che, malgrado l’impossibilità di procedere con il suo programma, aveva parlato diverse volte al telefono con Cobain prima della sua partenza per Los Angeles. “Non era assolutamente convito di sottoporsi a quel trattamento” dice Chatoff “perché secondo lui si trattava soltanto di un’altra disintossicazione di bella apparenza.”
Cobain trascorse due giorni in quella clinica esclusiva. Parlò con diversi psicologi, nessuno dei quali ritenne che avesse tendenze suicide. Frances e la babysitter si recarono a trovarlo, mentre Love non vi andò mai.

Il 1 aprile Kurt chiamò Courtney, che si trovava ancora al Peninsula. “Disse: ‘Courtney, non importa quello che succederà, voglio che tu sappia che hai fatto un ottimo disco’” ha raccontato la donna in seguito a un quotidiano di Seattle. “Io dissi: ‘Bè, che vuoi dire?’ E lui : ‘Ricordati soltanto questo, qualsiasi cosa accada: ti amo’.” (Le Hole avevano programmato di fare uscire il loro secondo album, LIVE THROUGH THIS, undici giorni dopo.) Questa fu l’ultima volta che Love parlò con suo marito.

Secondo un artista noto come Joe Mama, un vecchio amico della coppia che fu l’ultima persona ad andare a trovare Cobain al centro Exodus: “Ero preparato a vederlo tremendamente depresso. Invece sembrava dannatamente in forma”. Un’ora più tardi, secondo quanto riportato da Courtney, Kurt “saltò lo steccato”. In realtà si trattava di un muro di mattoni di oltre due metri di altezza che correva intorno al patio centrale.
La Exodus è una clinica con scarsi controlli e protezioni e Cobain avrebbe potuto uscire dall’entrata principale, se solo avesse voluto; ma evidentemente aveva qualcos’altro in mente. Uno dei suoi visitatori: “Quando mi recai a fargli visita, lo trovai in compagnia di Gibby Haynes [dei Butthole Surfers]. Non conosco Gibby ma è pazzo. Stava parlando velocemente di gente che aveva saltato il muro di cinta, roba come: ‘[Un tipo] ha scavalcato il muro cinque volte’. Kurt probabilmente ha pensato che sarebbe stato divertente”.

Alle 19,25 Cobain disse al personale della clinica che sarebbe uscito nel patio per fumare una sigaretta e scavalcò il muro. “Teniamo accuratamente sotto controllo i nostri pazienti” afferma un portavoce dell’Exodus. “Ma alcuni riescono a fuggire.” Molti degli amici e dei colleghi di Cobain si trovavano in quel momento a Los Angeles, al concerto di un altro gruppo appartenente alla Gold Mountain, i Breeders, ed erano ignari della sua evasione.

“Dopo la fuga di Kurt, sentivo Courtney al telefono in continuazione” dice Mama. “Era davvero sconvolta e lo cercammo in macchina ovunque, in tutti i posti in cui pensavamo che potesse andare. Era davvero spaventata sin dall’inizio. Credo che anche lei potrebbe confermarlo.”

Ma Cobain stava già facendo ritorno a Seattle. Vi giunse con un volo Delta tre ore dopo la sua fuga, all’una del mattino. Intanto Love gli aveva fatto bloccare la carta di credito della Seafirst Bank e aveva ingaggiato l’investigatore privato Tom Grant per rintracciarlo; ma era troppo tardi. Infatti secondo la polizia, l’annullamento della carta di credito rese ancor più difficile rintracciare Cobain, in quanto la Seafirst registra soltanto il tipo di operazione e la somma di denaro richiesta per le carte di credito bloccate, non la località precisa in cui viene utilizzata.

La moglie aveva assunto anche un secondo investigatore privato per tenere sotto controllo la casa della spacciatrice di Cobain, una della quale si dice che Love fosse gelosa da tempo.

Quando Kurt giunse alla sua casa di Madrona, vi trovò l’ex babysitter di sua figlia: Michael DeWitt commentò che il cantante aveva un brutto aspetto e si comportava in modo strano. “Ma io non riuscii a mettermi in contatto con lui.” Né vi riuscirono altri. La polizia è propensa a credere che Cobain si sia aggirato per la città senza una meta ben precisa durante gli ultimi giorni di vita. Un dipendente di un’agenzia di taxi afferma che il cantante venne condotto a un negozio di armi per comprare delle munizioni (nella sua abitazione è stata in seguito ritrovata la ricevuta del negozio). I vicini raccontano di averlo scorto in un parco nei pressi della casa in quei giorni e affermano che aveva un aspetto terribile e indossava un giubbotto esageratamente pesante.

Pare che Cobain abbia trascorso un po’ di tempo con alcuni amici tossici, facendosi così tanto da essere allontanato dagli altri che temevano il rischio di un’overdose. Si pensa inoltre che Cobain si sia recato nella sua seconda casa di Carnation, dove è stato trovato un sacco a pelo. Accanto c’era l’immagine di un sole tracciato con inchiostro nero, con sopra le parole “Fatti forza” e un posacenere pieno di mozziconi di sigaretta: una marca era quella di Cobain, l’altra no.

Domenica 3 aprile qualcuno (probabilmente lo stesso Kurt) tentò di ritirare diverse somme di denaro con la sua carta di credito. Le somme, che andavano da 100 a 5 000 dollari, risultarono tentativi di riscuotere denaro contante. Il giorno seguente vennero eseguiti altri due tentativi, stavolta per pagare dei fiori, per un valore di 86 dollari e 60 centesimi. Fu in questo stesso giorno che la madre di Cobain, Wendy O’Connor, inoltrò una denuncia di scomparsa di persona. Disse alla polizia che probabilmente Kurt voleva suicidarsi e suggerì di cercarlo in un edificio di mattoni a tre piani, descritto come un luogo di ritrovo di tossicodipendenti, a Capitol Hill.

Nel pomeriggio del cinque aprile, Cobain si barricò nella stanza situata sopra il garage di casa sua, incastrando uno sgabello contro la portafinestra. Le tracce raccolte sul luogo fanno ipotizzare che si tolse il cappello da cacciatore – che indossava quando non voleva essere riconosciuto – e frugò nella scatola di sigari che conteneva la sua dose di droga. Completò un messaggio di una pagina con inchiostro rosso. Indirizzando il messaggio a “Boddah”, il nome che aveva dato al suo immaginario amico d’infanzia. Kurt parlò del grande buco vuoto che sentiva aprirsi dentro di se e che lo rendeva un “miserabile e autodistruttivo rocker di morte”. Espresse anche il terrore che la vita di Frances Bean diventasse come la sua. Chiamando Courtney “una dea e compagna che stilla ambizione e comprensione” la implorò di “andare avanti” per il bene della loro bambina.

“E’ da troppi anni ormai che non provo più entusiasmo nell’ascoltare e nel creare musica, e neanche nello scrivere” scarabbocchiò Cobain, aggiungendo che “prima di salire sul palco, quando le luci si spengono e si alza il ruggito feroce del pubblico, tutto ciò non ha su di me lo stesso effetto che aveva su Freddie Mercury… Ho tentato tutto quanto era in mio potere per provarci gusto e lo faccio, Cristo, credetemi lo faccio. Ma non è abbastanza. Sono contento del fatto che io e noi abbiamo fatto appassionare molta gente e l’abbiamo divertita. Devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose soltanto quando non ci sono più. Sono troppo sensibile. Ho bisogno di sballarmi un pò per recuperare l’entusiasmo di quando ero bambino”.

Trafisse il foglio con la penna, la infilzò sul pannello di sughero degli appunti e poi pare che abbia gettato il suo portafogli sul pavimento, lasciandolo aperto sulla patente di guida. Gli amici sono convinti che abbia fatto questo per aiutare la polizia a identificarlo. Love ricostruì il resto della tragedia per MTV: Kurt avvicinò una sedia alla finestra, si sedette, prese ancora un pò di droga (molto probabilmente eroina), appoggiò alla testa la canna dell’arma calibro 20 e – probabilmente usando il pollice – premette il grilleto.

Sebbene il patologo della contea abbia determinato che Cobain morì nel pomeriggio del 5 aprile, qualcuno cercò di fare addebitare 1 716 dollari e 56 centesimi sulla sua carta di credito la mattina seguente. Il tentativo venne fatto via telefono o di persona ma senza carta. Il rapporto della polizia indica inoltre che due persone raccontarono che la spacciatrice di Capitol Hill aveva sostenuto che Cobain si era recato nel suo appartamento la sera del 5 aprile. La donna nega la circostanza.

Per un crudele scherzo del destino, l’investigatore privato di Courtney, Tom Grant, arrivò a Seattle il 6 aprile. “Stavo lavorando[Grant]” racconta Carlson “e il giorno in cui stavamo andando a Carnation per cercarlo, abbiamo saputo che era morto.”

Carlson e l’ex sceriffo Grant avevano perquisito la casa di Cobain a Madrona un paio di volte ma non avevano controllato la stanza sopra il garage. (In seguito Carlson affermò di non essere a conoscenza dell’esistenza di quel locale.) DeWitt l’ascò l’abitazione principale e volò a Los Angeles il pomeriggio del 7 aprile, ancora all’oscuro della presenza del corpo lì vicino. La polizia dice di non essere mai entrata in casa prima della scoperta del cadavere e di aver solo chiesto a coloro che stavano lavorando fuori dall’abitazione se avessero visto Cobain.
In un altro luogo, la mattina del 7 aprile, una telefonata di emergenza giunse al numero 911 denunciando una “possibile vittima di overdose” al Peninsula Hotel di Los Angeles. Polizia, pompieri e ambulanze giunsero sul posto dove trovarono Love e il chitarrista delle Hole, Eric Erlandson. (Frances e la sua babysitter stavano nella stanza accanto). Courtney venne condotta al Century City Hospital, dove giunse intorno alle 9,30. Venne dimessa due ore e mezza dopo. Il tenente Joe Lombardi del Dipartimento di Polizia di Beverky Hills dice che la donna venne arrestata immediatamente dopo essere uscita dall’ospedale e “accusata di possesso di sostanza illegale, possesso di strumenti per il consumo di droga, possesso di una siringa ipodermica e possesso di beni rubati”.

L’avvocato penalista Barry Tarlow, legale di Love, afferma, contrariamente ai rapporti ufficiali, che la donna “non si trovava sotto l’effetto di eroina” e “non era stata vittima di un’overdose”. Sostiene che “aveva avuto una reazione allergica” al tranquillante Xanax. Tatlow riferisce che il “bene rubato” fosse un ricettario che “il suo medico.. le aveva lasciato quando si era recato a visitarla.. Non vi era nessuna prescrizione scritta sopra quel foglio”. E la sostanza proibita? “Non si trattava di droga” dice Tarlow. “Era un incenso augurale hindu che ella aveva ricevuto dal suo avvocato, Rosemary Carroll.”

Love venne rilasciata intorno alle 15,00 dopo aver pagato una cauzione di 10 000 dollari (tutte le accuse contro di lei vennero in seguito lasciate cadere). Courtney entrò immediatamente allo Exodus Recovery Center, la stessa struttura di riabilitazione dalla quale suo marito era fuggito una settimana prima.

Il giorno seguente, l’8 aprile, uscì dal centro non appena venne a conoscenza del ritrovamento di suo marito.

Fonte: Aliek.com

Morrissey, Gigliola e Pasolini

Tuesday, March 21st, 2006


Della serie “una di quelle interviste che avrei voluto fare nella vita…”. Già perché è dura, anzi durissima, accorgersi che, sebbene gli anni volino via inesorabili, i musicisti o i personaggi della musica che riescono ancora ad emozionarti sono sempre quelli, magari gli stessi che cantavi 15 o 20 anni fa a squarcia gola chiuso in una cameretta di una casa di provincia a imprecare contro il mondo come un incompreso (bedroom rebels fatevi avanti…).

Vi segnalo pertanto queste quattro chiacchiere che Gianni Santoro ha pubblicato su XL dopo aver incontrato Morrissey, ex leader degli Smiths, vera e propria icona british del pop.

Ora: se non sapete chi sono gli Smiths, è un problema vostro, potete passare oltre, leggere post di questo blog molto più interessanti, oppure soffermarvi su questa citazione che lo stesso Santoro riprende da un vecchio articolo di una rivista inglese che non c’è più.

Deve essere divertente essere gli U2. Immaginate. Siete la più grande band del pianeta. I media sono ai vostri piedi, i concerti sold out ovunque, alzate il telefono e parlate con i politici del pianeta, in milioni comprano i dischi. Eppure nel profondo del cuore sapete di non valere neanche un briciolo degli Smiths. E la stessa cosa si potrebbe dire per Guns N’Roses, Nirvana, Bruce Springsteen e tutti i colossi del rock. Diciamoci la verità: nessuno è come gli Smiths“.

20 Marzo 1994

Saturday, March 18th, 2006


Era il 20 marzo 1994, quando a Mogadiscio furono uccisi barbaramente Ilaria Alpi, giornalista del tg3 e Miran Hrovatin, telecineoperatore free lance. Sono passati 12 anni dalla morte di Ilaria e Miran.
Questo sito, che raccoglie tutto quello che si è detto e scritto su questo caso, vuole continuare a mantenere vivo il ricordo. E per farlo vuole continuare a dare voce a tutti i vostri pensieri o riflessioni su Ilaria e Miran. Ogni vostra mail sarà pubblicata e inviata anche ai genitori di Ilaria e agli amici di Miran, Gianfranco Rados e i colleghi della Videoest. Potete inviare i vostri pensieri: info@ilariaalpi.it
Giorgio e Luciana Alpi, i genitori di Ilaria, desiderano ringraziare tutti coloro che testimoniano con messaggi, affetto e riconoscimento al loro lavoro per la ricerca della verità.

Quest’anno sarà “Iran, parole in libertà” a ricordare l’anniversario della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, con una serata dedicata alla libertà di stampa in Iran per la liberazione del giornalista dissidente iraniano Akbar Ganji, detenuto in carcere.

TUTTE LE INFO QUI

W l’Italia di Iacona

Saturday, March 18th, 2006


Riccardo Iacona è un ottimo giornalista e una persona per bene, un esempio rincuorante di professionalità, di rigore e di umanità.
E ancora una volta ci ha dato una grande lezione di giornalismo con la nuova serie su RAI TRE, W l’Italia.

[Fonte www.raitre.rai.it]
W L’Italia è il titolo unificante del nuovo ciclo di inchieste firmate da Riccardo Iacona e destinate alla prima serata di RAITRE. In tre domeniche successive il 12,19,26 marzo alle 21.30. Un unico “viaggio”, diviso in tre parti, attraverso l’Italia del disagio e del difficile rapporto tra pubblico e privato sui temi scottanti dell’emergenza abitativa, della situazione critica degli Ospedali e dell’ intricato e complesso funzionamento della “macchina della giustizia”.

1 puntata: “CASE!” – domenica 12 marzo alle 21.30
Un racconto “dal basso”fatto di storie, che parte da Milano dove il boom dei prezzi delle case e la speculazione immobiliare si estende ormai dal centro storico alla periferia costringendo nuovi poveri, anziani, giovani disoccupati, famiglie monoreddito, a soluzioni di sopravvivenza drammatiche.
Consulenza: Livia Borghese e Samuel Cogliati. Montaggio: Paolo Carpineta – Alexio Davoli

2 puntata: “OSPEDALI!” domenica 19 marzo alle 21.30
La signora Anna Montalbo’ cade nella sua casa di Polignano a Mare ,un comune a trenta chilometri da Bari , alle 9 del mattino del 7 gennaio dell’anno scorso . Da quell’ora fino alle quattro e mezza del pomeriggio in tutta la provincia di Bari non si riesce a trovare una neurochirurgia in grado di svuotare l’ematoma che la sta uccidendo . Per otto ore il sistema sanitario pubblico della provincia di Bari non riesce a dare assistenza alla signora Anna e quando finalmente trovano una neurochirurgia ormai e’ troppo tardi : la signora Anna muore senza che neanche si sia provato a salvarle la vita.
Parte da questa storia il viaggio di Riccardo Iacona nella sanita’ pubblica pugliese che attraversa decine di piccoli e grandi ospedali : come mai si muore ancora negli ospedali del Sud? Come mai gli standard sanitari sono cosi’ diversi da quelli del centro nord ? Come sono stati spesi i tanti soldi che pure sono stati stanziati per la sanita’ pubblica pugliese? Dove vanno a curarsi i malati che non trovano risposte sul territorio?
Montaggio: Paolo Carpineta – Marco Spinnato

3 puntata :”TRIBUNALI!” domenica 26 marzo
Terza tappa da Napoli,dal Palazzo di Giustizia piu’ grande d’Italia l’inchiesta si allarga a Santa Maria Capua Vetere e Torre Annunziata zone tra le più vessate dalla criminalità organizzata, dove la macchina della giustizia sopporta a fatica l’enorme numero di processi sempre più spesso a rischio prescrizione.
Montaggio: Paolo Carpineta – Marco Spinnato

Alle tre puntate della nuova serie si aggiunge il 2 aprile la replica di W LA RICERCA, già in onda nel 2005. Una scelta non casuale per chiudere con un tema di grande attualità, quello dello stato della Ricerca in Italia, della fuga dei cervelli all’estero e degli scarsi finanziamenti a un settore sul quale invece,ora più che mai, si gioca il futuro del paese.<—a3c3c53eddbc5542b3feaa56cf73257a—>

Umberto Eco: Se vince Berlusconi mi trasferisco all’estero

Monday, March 6th, 2006


Mi permetto di riportarvi in toto un articolo pubblicato questa mattina su Cani Sciolti.

«Altri cinque anni di Silvio Berlusconi e siamo fottuti. Ci giochiamo tutto, stavolta. Quanto a me, nel caso, vado in pensione e mi trasferisco all’estero». Dove non l’ha specificato, Umberto Eco. Ma lo scrittore ha lasciato ugualmente sbigottita la platea del convegno organizzato dall’associazione «Libertà e Giustizia» l’altra sera, a Milano. Anche lui, dunque, sarebbe pronto a fare le valigie e mollare l’Italia in caso di vittoria del centrodestra.

Il suo annuncio non è una novità. Finora anche altri intellettuali italiani hanno minacciato scenari simili per protestare contro il governo di centrodestra. Prima di Eco, va ricordato il caso dello scrittore Antonio Tabucchi, ad esempio, che nel 2001 parlò dell’Italia come di un «paese alla deriva». Ma anche il cantautore Franco Battiato, recentemente, ha annunciato che qualora avesse vinto Umberto Scapagnini — candidato del Polo — le elezioni amministrative a Catania, lui avrebbe lasciato la città: «La amo, ma vado via davvero». Alla fine ha vinto Scapagnini, e Battiato però ridimensionò la sua dichiarazione.

Ma l’andar via come forma di protesta è uno strumento spesso fatto proprio dagli intellettuali. Questa volta è toccato a Umberto Eco brandire la minaccia dell’esilio volontario in caso di vittoria del Polo e di Berlusconi. Ma è un’idea condivisibile? Non lo è, ad esempio, per uno dei leader dei Girotondi, Pancho Pardi: «Finalmente Eco interviene. Meglio tardi che mai. Era meglio che questa cosa la dicesse un po’ di tempo fa, è stato zitto anche abbastanza. Comunque questa sua esternazione non è una cosa molto originale, la dicono in centinaia. E per quanto mi riguarda, nell’eventualità che Berlusconi vinca un’altra volta, non avrei di nuovo un atteggiamento così fatalistico. Se perdiamo, dovremo invece impegnarci a cacciar via questa classe dirigente che ci sta facendo rischiare di incassare una sconfitta».

Pronto a seguire invece Umberto Eco è il vignettista Vauro: «Ci mancherebbe altro, così magari ci fanno anche uno sconto comitiva in caso di trasferimento all’estero. Vivaddio, finalmente un intellettuale che prende posizione… Hanno fatto melina fino ad ora. Beh, sono contento che Eco dica così e metta in discussione quello che sta succedendo e minando la nostra democrazia».

Marco Travaglio, infine, crede che «Eco sbagli. Bisogna rimanere qua e continuare a fare il nostro lavoro finché ce lo faranno fare. È tempo che stavolta ci vengano a prendere a casa. Anche se posso capire la reazione di Eco. Reazione che di solito accomuna persone che vanno spesso all’estero e hanno modo di notare come noi siamo considerati gli ultimi fessi di Europa. Persone costrette a vergognarsi continuamente appena superano la frontiera. Ma a Eco dico: in caso di sconfitta nostra, mica lo possiamo lasciare solo Berlusconi…».<—34c1a0a3815e3c548af123a4204a350d—>

Operazione Moana

Friday, February 24th, 2006


Ancora discussioni intorno a Moana Pozzi; l’ultima la vuole come una spia al servizio del Kgb implicata in un’operazione finalizzata a destabilizzare Bettino Craxi.

Lo rivela in esclusiva News Settimanale nel numero in edicola oggi.

Moana Pozzi avrebbe avuto relazioni con politici di tutti i partiti, con ambasciatori, ufficiali e perfino con alti prelati, e proprio da queste persone avrebbe ottenuto informazioni che poi avrebbe trasmesso ai servizi segreti dell’Est.

“Operazione Moana”, scrive il settimanale, “era il nome in codice di un capitolo molto particolare dell’interventismo d’oltrecortina in Italia: destabilizzare Bettino Craxi, con ogni mezzo, dal gossip privato alle frequentazioni con personaggi della malavita organizzata”.

“Moana Pozzi risulta ancora oggi socia della Anlivered Corporation Limited, una società iscritta alla Camera di Commercio di Kiev specializzata nel commercio legale di scorie. Era quella la sua copertura come agente al servizio di un generoso collega di Mitrokhin. Le trame di questa spy story, iniziata negli anni ottanta e proseguita fino a Tangentopoli sono raccontate e in parte svelate, in Moana: la spia nel letto del potere, scritto per le edizioni Piscopo da Brunetto Fantauzzi (il giornalista romano curatore del famoso Filosofia di Moana) e la cui uscita è prevista per i primi dieci giorni di marzo”, sostiene l’articolo di News Settimanale.

“Ancora oggi”, ha raccontato Fantauzzi al settimanale, “la Digos non si spiega come mai per due, forse tre, volte nell’aereo per New York su cui volava la pornostar, furono trovate valigette con l’uranio. Certo sono fatti suggestivi e non si possono trarre conclusioni affrettate. Di una cosa, però, sono sicuro: Moana aveva relazioni con politici di tutti i partiti, con ambasciatori, ufficiali e perfino alti prelati. Un cardinale la propose per il processo di beatificazione. Bene, da questi personaggi traeva informazioni che passava ai servizi segreti dell’Est. Questa era l’Operazione Moana. Che rispondeva a una precisa regia”.

Il Maratoneta

Monday, February 20th, 2006


Si è spento oggi ad Orvieto Luca Coscioni. Lo ha annunciato Marco Pannella a Radio Radicale alle 11.20 con queste parole: «Luca era un leader perché era in prima linea e guidava tutto e in qualche misura è naturale quello che è accaduto. Luca è caduto, era in prima linea e direi che è stato ammazzato anche dalla qualità di questo paese e dell’oligarchia che lo distrugge».

Luca Coscioni era da anni malato di sclerosi laterale amiotrofica.

Mercoledì 22 febbraio, dalle ore 10 alle 16.45, sarà allestita la camera ardente presso la Sala Consiliare del Comune di Orvieto (ingresso via Garibaldi). Nel pomeriggio, alle 17.30, si terranno le pubbliche esequie di Luca Coscioni in Piazza del Popolo, ad Orvieto.

QUI potete scaricare il suo libro Il Maratoneta dal sito di Stampa Alternativa.

Il sito ufficiale

Non fiori ma sostegno all’Associazione Luca Coscioni

Il porno alla sbarra

Saturday, February 4th, 2006


Affrontare il mondo del porno con occhio lucido e obiettivo non è mai cosa semplice. Il tutto può essere sempre distorto, nel bene o nel male, dalla propria idea di pornografia e dalle proprie considerazioni in materia: un’invenzione moderna o qualcosa che accompagna l’uomo da sempre? È un’insidiosa forma di discriminazione sessuale, un attentato alla dignità umana o un raffinato divertissement? Nuoce ai giovani? Porta alla ciecità o simile?

Tutti argomenti, come viene ricordato anche nel saggio “Pensare la pornografia” da poco pubblicato in Italia, che spesso sono utilizzati per giustificare i divieti e le condanne etico-sociali partorite da un moralismo dilagante e da un massimalismo di stampo religioso che sembra minacciare il concetto stesso di stato laico nascondendosi dietro imbarazzanti no comment.
Eppure il nostro paese detiene alcuni primati interessanti: frequenza alla messa domenicale, incremento demografico zero e consumo di materiale pornografico (993 milioni di euro spesi all’anno).

Porno alla sbarra, il film di Giovanni Calamari, dribla e supera tutti questi ostacoli virtuali e racconta, in modo onesto e persino poetico, quella che è prima di tutto la storia particolare di uomo qualunque, o quasi: quella di Giuseppe Sbarra, napoletano trapiantato a Milano, il pioniere del cinema hard nel nostro paese.

Nel 1978 infatti Sbarra apre il primo sexyshop nella capitale della moda: un successo travolgente che muove gente da tutta Italia per comprare il materiale in vendita, dall’oggettistica ai filmini super8 importati clandestinamente da una Germania ancora divisa in due. Un uomo che ha alle spalle 25 anni d’esperienza e può considerarsi, di diritto, la memoria storica della cultura a luci rosse, con un catalogo di 8.000 titoli e tre negozi avviati.

Un uomo che nel settore ha fatto di tutto, dal regista al produttore al talent scout, e che ha messo la sua faccia in prima persona davanti alla giustizia italiana quando questa, agli inizi degli anni ottanta, ha stretto un giro di vite con una maxi-retata in una realtà allora sommersa e che la legislazione stessa non contemplava. Un uomo, infine, che ha ancora un sogno: quello di organizzare una fiera per gli operatori del settore pari a quelle di Berlino e Barcellona.

Il film trasuda umanità e trasmette una sensazione di vero e spontaneo che solo chi sa dirigere bene e con rispetto dell’animo altrui riesce a tirare fuori dalle persone. E poi ha il merito di dare dignità a un certo mondo e a certi protagonisti del medesimo con un occhio sereno, senza pregiudizi o celebrazioni, senza retorica o moralismi. La minuziosità del girato e del montato (Calamari usa in modo saggio ed efficace la camera a spalle e fa di questa tecnica la sua cifra stilistica) sono il frutto di ben due anni di lavoro del regista che ha inseguito – letteralmente – Sbarra durante i suoi spostamenti in Italia e in Europa.

Questo lavoro ha infine un ulteriore merito: quello di raccontare, o meglio ancora, di far scoprire, un microcosmo di persone e luoghi, talvolta bizzarri e grotteschi, talvolta eccentrici e surreali, che vivono sì a modo loro l’idea di sesso e di cinema, ma anche di creatività e di business, di libertà di espressione e, diciamolo senza paure, di arte.<—9082817bcda350568bb6578bf55d017b—>

Il Giardino d’Inferno

Saturday, February 4th, 2006


Revolver Media Lab è orgoglioso di ospitare il podcast de Il Giardino d’Inferno di Sergio Messina / RadioGladio:

Sono reperti di vario genere: schegge dei programmi passati o di produzioni in corso, jingle, interviste, chiacchierate, ecc.

Non perdetevi the Jovanotti interview, mi raccomando.